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giovedì 19 giugno 2008

Amare la Chiesa: grazie, don Gigi

Abbiamo salutato don Gigi. O forse lui ha salutato noi. Con quel suo sorriso, tra ironia e benevolenza che, con un tocco di ingenuità verace, era sempre pronto a comunicare partecipazione intensa alla vita.
Quanto tempo ha trascorso con noi in libreria, nonostante sia riuscito, quasi fino alla fine e nonostante la dolorosa malattia che un po’ lo spaventava, a mantenere l’impegno di accompagnare i malati nel loro duro percorso in ospedale.
Ci ha sostenuti fin dal momento dell’apertura della nostra libreria e non possiamo che essergli grati del suo sostegno, non solo personale ma anche pubblicamente dichiarato. Ne abbiamo avuto bisogno, non ci vergogniamo di ammetterlo: mentre alcuni denigravano quello che definivano, in termini a dire il vero un po’ anacronistici, il nostro “progressisimo”, don Gigi aveva capito da subito, e condiviso, il nostro spirito critico di ricerca e la nostra capacità di restare aperti a tutte le anime della Chiesa.
Questa Chiesa che don Gigi ci ha insegnato ad amare. Era un piacere parlare della storia della Chiesa con lui che ne aveva studiato anche i periodi storici più critici, specializzandosi, ai tempi dell’università, nella conoscenza del modernismo tra Ottocento e Novecento.
Nonostante il suo forte senso critico nei confronti di una Chiesa da lui amata con tutto se stesso, conservava una carica di “ingenuità”, che gli permetteva di scandalizzarsi di fronte a certi atteggiamenti diffusi nella Chiesa e a criticarli, così come di abbeverarsi ai tanti esempi di fede vissuta che questa stessa Chiesa, ricca di contraddizioni di cui lui stesso era consapevole, continua ad offrire.
Quanti ricchi momenti di confronto ci ha regalato, in libreria: sulla nostra chiesa locale, sulla storia del cristianesimo, sull’attualità di una Chiesa sempre in cammino nella storia e piena di contraddizioni proprie della condizione umana. E quante risate di gusto, quante volte ci siamo aiutati reciprocamente a sorridere anche su fatti che ci coinvolgevano direttamente o indirettamente e che insieme sdrammatizzavamo tentando di collocarli in un contesto più ampio.
Molte persone hanno avuto la fortuna di conoscerti molto meglio di noi e di volerti anche molto più bene di noi, ma ci sembra giusto ricordare quel breve tratto di strada che abbiamo fatto insieme.
Per dire che cosa abbiamo conosciuto di te, che cosa ci hai dato di te stesso.
Da quel tuo sorriso, ironico e benevolente, abbiamo avuto conferma che nella vita non dobbiamo avere paura di dire quello che pensiamo, che in fondo non c’è nulla da perdere. E’ una responsabilità a cui ha richiamato proprio in questi giorni il cardinale Martini, i cui insegnamenti tu hai sempre seguito con molta attenzione. Quante volte ci siamo confrontati insieme sugli interventi illuminati di Martini, che tu hai amato molto anche come biblista, oltre che come pastore. E siamo sicuri che, insieme, avremmo condiviso anche questo suo ultimo intervento.
Continueremo a leggere, e ad amare, la vita della nostra Chiesa anche illuminati dal quel tuo sorriso, che hai lasciato dentro di noi e che ancora ci hai regalato dal tuo letto d’ospedale nel nostro ultimo incontro.
Grazie, don Gigi.

sabato 10 maggio 2008

La Chiesa non può più tacere di fronte alla camorra

CASERTA - (Di Raffaele Nogaro vescovo di Caserta) La camorra, in Campania, impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro. Procura le dimissioni di ogni imprenditoria intelligente e produttiva.Una politica che crei progetti, stabilisca obiettivi, dia la spinta alla soluzione dei problemi è impensabile. E le dirigenze di ogni tipo confondono facilmente il bene comune con l’interesse privato. Il degrado, il sottosviluppo e la disoccupa-zione fanno sì che l’emigrazione dei giovani volenterosi sia enorme. I talenti migliori salgono al Nord, privando le nostre terre di quella propulsività, fatta di promozione e di progresso. Ritengo che, in particolare nel Meridione, la Chiesa deve esercitare la sua forza istitutrice di etica e di civiltà. Purtroppo, l’esempio fulgido di un don Peppe Diana, che viene ucciso dopo quel documento salutare: “Per amore del mio popolo non tacerò“, rimane ancora controllato e isolato. Le gerarchie ecclesiastiche sono molto preoccupate di difendersi dai nemici “ideologici”: massoni, comunisti, laicisti di ogni genere, e sottovalutano l’inquinamento morale e civile causato dai poteri illegali. I camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente i promotori delle iniziative della ritualità religiose e della collettività. Proteggono un certo ordine stabilito, e quindi vengono corteggiati dalle istituzioni. E per un falso amore di pace, la Chiesa tace. La Chiesa non è mai autoreferenziale. E’ eminentemente servizio del Popolo di Dio. E deve anteporre i bisogni della gente alla propria affermazione. Ora, se si mettono da parte le possibili, contrastanti valutazioni personali, un dato si impone comunque nella sua oggettività: la storia della Campania, come la sua cronaca contemporanea, non si spiega senza tenere nel debito conto l’influenza della Chiesa. Si osserva quindi che le espressioni religiose, soprattutto quelle enfatiche, e la camorra non sono due fenomeni indipendenti. Fortunatamente non si arriva mai alla complicità. Non si può tuttavia rimanere in disparte, scaricando la realtà criminale alla competenza dello Stato. L’esercizio del potere nel mondo della camorra si prefigge l’infiltrazione nelle istituzioni per gestirle in maniera privatistica e clientelare. E se la camorra diventa mentalità di popolo, il messaggio d’amore di Cristo non può avere vita. Per comin-ciare, nelle parrocchie si devono superare supporti che possono configurarsi come camorristi: gli atteggiamenti autoritari, la violenza di un potere costituito, la precettistica morale imposta come inquisizione delle coscienze, la mancanza di democrazia nella gestione comunitaria, gli accordi unidirezionali che producono i gruppi fra loro conflittuali.La Chiesa, è di tutti, ed è essenziale che si mantenga libera dal potere politico e di casta, e lasci trasparire lo stile di un servizio incondizionato all’uomo, “senza preferenza di persone” o di categorie sociali

(Raffaele Nogaro+) . (Inviato dalla vicepresidente dell’ Azione Cattolica diocesi Caserta Lucia Villano). Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

sabato 29 marzo 2008

“Pretacci": l’altra chiesa, quella scomoda

A chi di noi verrebbe in mente di definire il vescovo Bregantini il Van Basten della cristianità, senza rischiare di scivolare nel ridicolo? Eppure, se a farlo è Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello sport, ci rendiamo conto che ci ha appena aperto una nuova chiave di lettura della realtà.
Per scrivere il suo ultimo libro, lui che è uno dei rari giornalisti sportivi a conoscere tutti i segreti della lingua italiana e a saperli far fruttare, Cannavò si è messo a viaggiare per l’Italia, con i ritmi dei mezzi pubblici italiani, spingendosi fin nella Locride. E’ qui che incontra Bregantini, il vescovo che ha guidato la lotta contro la ‘ndrangheta, l’incontro che più lo ha appassionato. Ma non è questo l’unico pretaccio che incontra e ci racconta Cannavò.
A firmare la prefazione del libro di Cannavò, “Pretacci”, pubblicato da Rizzoli, è Gian Antonio Stella: “Quello di Candido Cannavò è un reportage dentro ‘l’altra’ Chiesa. (…) È un lungo viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perché ‘il Vangelo è combattimento, è sfida agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle convenienze’. Alla paura. Preti come monsignor Giancarlo Bregantini, che nel ruolo di vescovo di Locri è stato il faro di quanti si battono contro la ’ndrangheta. Come don Gino Rigoldi, il cappellano del ‘Beccaria’ che da tanti anni cerca di aiutare ragazzi venuti su un po’ storti. Come padre Mario Golesano, che è andato nel quartiere di Brancaccio a cercare di riempire il vuoto lasciato da don Pino Puglisi, ammazzato da un sicario al quale regalò il suo ultimo sorriso. E don Andrea Gallo, ‘gran cardinale della Basilica del Marciapiede’, convinto come Fabrizio De André che ‘dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori’ e dunque deciso a portare il Vangelo tra i peccatori. Fino a don Oreste Benzi, che se n’è andato per un infarto nel novembre 2007 dopo avere speso tutte le sue notti a offrire una via d’uscita a migliaia di ‘Maddalene’ che si vendevano nelle strade. Preti spesso scomodi. ‘Pretacci’” Come il capostipite al quale un po’ tutti dicono di richiamarsi: don Lorenzo Milani. Il parroco di Barbiana che incitava i pastori di anime a non aver timore di “star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E che per aver scritto cose ustionanti come ‘Lettera a una professoressa’ o ‘L’obbedienza non è più una virtù”, fu bollato sbrigativamente come un ‘cattocomunista” nonostante la sua polemica con la sinistra e il Pci fosse frontale”.
E’ un’”altra” chiesa, quella che ci racconta Cannavò con la sua straordinaria “penna”, lui che per anni ha raccontato l’umanità degli sportivi, una chiesa in cui i campioni della fede non sono per forza le figure più istituzionali. Una chiesa che sa esprimere anche queste esperienze di fede, di cui Cannavò ricostruisce genesi, società e chiesa in cui si sviluppano e protagonisti. Uomini di fede che si confrontano con la propria coscienza e con la realtà che li circonda e non si tirano indietro di fronte alle loro responsabilità, puntando a quello che più conta.

sabato 8 marzo 2008

Riscoprire il gusto di amare la chiesa. In un cammino di riconciliazione.

Ci accostiamo a don Michele Do da neofiti, sono tantissime le persone che lo hanno conosciuto a Saint Jacques, in Valle d’Aosta, e che hanno fatto con lui un pezzo di strada della loro vita.
Le edizioni Qiqajon, del monastero di Bose, hanno pubblicato alcuni suoi brevi scritti in un volumetto intitolato “Amare la chiesa”. A volerne la pubblicazione è stato lo stesso Enzo Bianchi, priore, e ormai conosciuto opinionista, legato a don Michele da un’amicizia di lunga data. E’ lui a firmarne la prefazione.
Questi brevi scritti ripercorrono un cammino di riconciliazione con la chiesa, vissuto con un senso di ricerca continua.
Ci ritroviamo così, verso la conclusione dei suoi brevi scritti, a incrociare una realtà di sacerdozio in cui ci rispecchiamo più volentieri.
Scrive don Do: “L’essenziale del sacerdozio non è nel potere di amministrare e distribuire sa-cramenti, ma nel diventare sacramento. L’essenziale è nel rendere presente Dio e le realtà sante e assolute del Regno, non attraverso un automatismo magico, ma attraverso la luminosità dell’essere trasfigurato.
Se così è, dovrebbe essere capovolta la prospettiva consueta del sacerdozio: non è il sacerdozio universale dei battezzati che è all’interno del sacerdozio ministeriale, ma è il sacerdozio ministeriale che è all’interno del sacerdozio universale, da cui trae la sua linfa e le sue motivazioni profonde.
Non è il sacerdozio ministeriale la radice del sacerdozio dei fedeli, ma è il sacerdozio dei fedeli la radice del sacerdozio ministeriale. Non sono i fedeli i sacrestani dei presbiteri,sono i presbiteri che sono i sacrestani, cioè i ministri dei fedeli. [...]
C’è un’illimitata varietà di servizi che è affidata alla libera creatività dell’amore, nella fedeltà all’unico Spirito. ‘A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito, in vista dell’utilità comune’ (cfr 1Cor 12,7)”.
Al centro della sua riflessione, tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento. Parole che ci fanno andare sempre oltre, verso orizzonti sempre aperti, nella libertà dello Spirito che è in perenne divenire. E così l’uomo, così la chiesa e il posto che questa ha nel cuore dell’uomo come realtà.
Ma quale chiesa è nel cuore dell’uomo? Don Do prova a descriverla anche così all’inizio di uno di questi suoi scritti pubblicati da Qiqajon: “La chiesa non è la scuola normale di Pisa; cosa sarebbe una chiesa di superuomini? ‘Chi avrebbe il coraggio di entrarvi?’ chiede Bernanos. Vi resteremmo davanti come un contadino, che si rigira il cappello tra le mani, davanti a una casa ricca. La chiesa deve avere questa povertà umana: ‘Una povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie’ (fra’ Silvestro con Guido Gozzano). Cristo costruisce la chiesa nelle cose e sulle cose. La chiesa allora è l’impegno a far crescere le cose nella libertà e nella dignità, a dar grazia, cioè bellezza, alle cose. Ritrovare il senso di tutte le cose, non del proibito”.
Il percorso che don Michele Do ci fa intuire in questi suoi brevi scritti è un percorso di ricerca one-sto, che percorre in prima persona, cercando di chiarire prima di tutto a se stesso gli interrogativi essenziali che si porta dentro su che cosa sia la chiesa per lui. Un cammino che si ripropone, appunto, attorno a queste tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento.

venerdì 7 marzo 2008

Il Vangelo che libera dal timore dell’autorità

Martirio o assassinio politico. Comunque siano andate le cose, per la Chiesa romana resta un grande imbarazzo affrontare la morte del vescovo Oscar Romero in San Salvador, nel 1980 e decretarne in qualche modo la santità.
Si fosse trattato di uno dei tanti uomini di Chiesa che, spinti dalle ingiustizie perpretate a danno di quel popolo, hanno abbracciato la lotta armata come unica via di uscita, cadendo nel labirinto infinito della violenza che chiama violenza, se così fosse stato, appunto, non ci sarebbe stato nessun problema a indicarlo come esempio negativo per tutti. Ma così non è stato.
Oscar Romero era un vescovo che continuamente richiamava i preti che si lasciavano trascinare nella spirale di violenza e che continuamente si rifaceva al messaggio evangelico. Senza per questo piegarsi ai più forti e schierarsi con quella parte di gerarchia ecclesiastica che non amava opporsi ai potenti del paese.
Oscar Romero, però, è stato un vescovo che si è lasciato interrogare dalla morte di quei suoi preti che si opponevano alle logiche di regime e di oppressione con la sola forza della parola e dell’amore concreto per i poveri del paese. Morti violente, spesso passate sotto silenzio dai governi e dalle comunità locali e dalla stessa chiesa.
E’ impressionante scoprire in Oscar Romero un uomo del tutto conservatore, che si trova respinto dalla Chiesa di Roma, in quanto additato dai vescovi sudamericani più accreditati in Vaticano e vicini a figure non per niente limpide nei paesi del centro e del sud America. Vescovi che conquistano autorità presso la Santa Sede sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, terrorizzato da tutto ciò che può rappresentare il comunismo nel mondo.
Paolo VI, infatti, aveva mostrato il suo sostegno al vescovo Romero. Ma con Giovanni Paolo II è diverso: nel centro America, tutti i movimenti che si oppongono ai regimi e alla violenza vengono marchiati di comunismo e così anche i preti che concentrano le proprie energie su quella parte del messaggio evangelico che a sua volta si concentra sui poveri. Tanto più che alcuni preti e alcuni cattolici scivolano sulla lotta armata, offrendo una giustificazione ufficiale perché la chiesa abbandoni chi crede nella liberazione di quel popolo.
La libertà interiore di questo vescovo, in un San Salvador insanguinato, si spinge al punto da reagire di fronte a tutta quella violenza, su cui tacciono anche i governi dei paesi democratici. Non ha paura di “udire il grido del suo popolo” e di continuare a leggere il vangelo alla luce dei segni dei tempi che si concretizzano nella storia del suo popolo.
Manca meno di un anno al suo assassinio, quando Romero chiede pubblicamente giustizia alle autorità del paese, con molta probabilità corresponsabili di quegli omicidi per i quali il vescovo chiede giustizia. E chiude una sua omelia con queste parole: “Accanto al sangue di insegnanti, operai, contadini, possiamo offrire il sangue dei nostri preti. Questa è la comunione dell’amore. Sarebbe triste che in una patria in cui si sta assassinando tanto orribilmente non ci fossero tra le vittime anche dei sacerdoti. Essi sono la testimonianza di una Chiesa incarnata nei problemi del popolo”.
Ma i vescovi, tranne qualcuno che non è molto ascoltato dalle gerarchie, non sono con lui.
Negli ultimi mesi della sua vita, Romero non ha paura di nessuno (e dire che quando era diventato vescovo era molto ossequioso nei confronti di qualunque autorità), nonostante il silenzio omertoso mondiale che pesa su questi paesi. Dirà ancora in un’altra omelia: “Esistono nel paese una pseudo-pace e un falso ordine basati sulla repressione e sulla paura... La violenza, l’assassinio, la tortura di cui tanti muoiono, il massacrare a colpi di machete e poi buttare in mare, il prendere a calci la gente, tutto questo è l’impero dell’inferno”. Così come sempre dalla cattedrale di San Salvador risuonano le sue sue grida: “Dove sono i desaparecidos?”.
Non si capisce quali notizie arrivino a Roma in quegli anni, fatto sta che Romero resta un uomo lasciato solo e dalla Conferenza episcopale e dal Vaticano, che tacciono di fronte alle violenze di questi regimi. Eppure anche in questo Romero ha qualcosa da insegnare, fino alla fine cerca di costruire rapporti e con il Papa e con i vescovi. Ma i suoi tentativi cadono nel vuoto, con grande sofferenza da parte sua.
Che sia stato martirio o assassinio politico, questo riguarda cavilli che solo i burocrati possono permettersi.
Se la decisione sulla sua canonizzazione spettasse alle migliaia di persone che si sono viste sostenute da lui e dalla Chiesa che rappresentava, mentre tutta la società sembrava essere contro di loro, forse il dubbio apparentemente amletico sarebbe facilmente sciolto: che sia stato martirio o assassionio politico, Romero è stato un uomo che ha vissuto il vangelo fino a farsene trasformare e a trasformare le persone che vivevano con lui, in un percorso di libertà, che nulla ha a che fare con la teologia della liberazione, tanto temuta (a ragione?) dalle gerarchie ecclesiastiche.