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sabato 28 giugno 2008

San Paolo, una fede radicale e carismatica: inizia oggi l’anno paolino

Inizia oggi l’anno paolino, un anno giubilare ispirato dal bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo. Non si tratta di un evento esclusivamente mediatico e istituzionale, per fortuna, dato lo spazio che lo stesso san Paolo dedica nella sua predicazione alla chiesa dei carismi dello Spirito Santo.
I benedettini della basilica papale di san Paolo fuori le mura vi hanno dedicato un sito Internet, www.annopaolino.org, dove si possono trovare tutte le informazioni al riguardo. Da qualche mese stanno spuntando nuovi libri sulla figura di San Paolo, c’è chi rimette mano a materiali e lavori già utilizzati, c’è chi, come Paolo Curtaz, tenta nuove strade, rischiose ma affascinanti, per cogliere l’umanità, la particolarità e l’universalità insieme, della figura di san Paolo; il suo ultimo libro è atteso per la metà di luglio o al massimo per il mese di settembre. Ed è anche l’occasione per rileggere studiosi importanti, che hanno scritto pietre miliari su san Paolo, come Giuseppe Barbaglio, scomparso di recente.
Nel 2005, Barbaglio ha rilasciato a Doriano Fasoli, per Riflessioni.it, una intervista sulla figura di Paolo e sul confronto tra Gesù e Paolo, temi a cui ha dedicato studi importanti, tutti reperibili, “La teologia di Paolo” e “Il pensare dell’apostolo Paolo”. Riportiamo qui di seguito solo un brano di quella intervista.
Per cominciare anche noi l’anno paolino, sulle orme di uno studioso come Barbaglio, biblista ineccepibile e uomo coraggioso nelle scelte di vita e di fede.

Su quali punti Paolo è rimasto inascoltato?
Il destino di Paolo è stato, per lo più, quello di un grande incompreso.
Nella millenaria storia cristiana solo alcune tappe lo hanno visto, come un fiume carsico nascosto, riemergere in stagioni importanti per la chiesa di Cristo. Agostino alle prese con l’eresia di Pelagio - espressiva di una forma di cristianesimo di severo impegno ascetico e di fedeltà pratica, diremmo di un cristianesimo delle buone opere compiute con buona volontà umana, dunque conquista autonoma dell’uomo -, si è richiamato a Paolo e alla sua teologia della grazia, cioè del dono gratuito e immeritato dell’amore del Dio di Gesù Cristo che sostiene il volere e il fare dell’uomo. Lutero poi, padre della riforma protestante, in polemica con il cattolicesimo da lui accusato di essersi traviato, diventando una religione dei meriti e della pratica magica dei sacramenti, nella famosa notte della Torre scoprì che la giustizia di Dio disvelata nel vangelo, di cui parlava Paolo nella lettera ai Romani, non è la giustizia del Dio retribuitore e giudice severo, ma quella salvifica (dico lui che accoglie tutti gli uomini indiscriminatamente suscitando in loro la fede, cioè l’affidarsi fiducioso alla sua iniziativa di grazia). Nel secolo scorso, infine, K. Barth reagì alla teologia liberale di segno protestante, che annacquava lo scandalo della croce e della risurrezione del crocifisso, propugnando una religione razionale della paternità universale di Dio e della immortalità dell’anima, richiamandosi a Paolo, in modo particolare alla lettera ai Romani, per difendere un’immagine di Dio come ‘altro’ dal mondo. Nella chiesa cattolica, intendo parlare della sensibilità più diffusa e della religiosità più curata, Paolo è messo ai margini; si è più vicini a una voce come quella del vangelo di Matteo che sottolinea l’esigenza delle buone opere, il fare a scapito del contemplativo ascoltare, il primato dell’etica su quello della grazia. Soprattutto, Paolo è ignorato nella sua comprensione della chiesa come corpo sociale animato dallo Spirito che attiva tutti e singoli i credenti elargendo loro i doni carismatici, cioè le capacità di rendere gli essenziali ‘servizi’ (diakoniai) alla crescita spirituale e maturante della comunità; vi viene preferita invece la prospettiva delle lettere Pastorali, indirizzate a Timoteo e Tito, che portano nell’indirizzo il nome dell’apostolo come mittente ma che in realtà sono scritti pseudepigrafici della fine del I secolo; in esse la chiesa è compresa come famiglia di Dio, simile alla famiglia patriarcale del tempo, strutturata gerarchicamente con quelli che governano (proistamenoi) e gli altri che devono sottomettersi (hypotassesthai). Soprattutto Paolo è alieno alla chiesa cattolica italiana di oggi, perché egli esprime una fede radicale ed estrema che mette in discussione, alla radice, ogni religione, soprattutto quella cosiddetta civile che dà voce e cerca d’imporre valori umani generali specialmente di carattere conservatore per non dire reazionario, ottenendo l’appoggio dei cosiddetti atei devoti e bigotti.

sabato 24 maggio 2008

Il rassicurante prodigio delle reliquie dei santi

Può spiegare tante cose, nel complesso panorama della fede cristiana, rendersi conto che il culto delle reliquie è quasi andato di pari passo alla liturgia sacramentale, vale a dire l’eucarestia, il battesimo, la penitenza. Almeno all’inizio della storia del cristianesimo. In alcuni periodi storici, tutto questo è stato addirittura soppiantato dal culto dei santi e delle reliquie. Basti pensare, oggi, a come, in alcune chiese, alcuni altari dedicati a qualche santo o alla Madonna, attirino l’attenzione, e le relative offerte, dei devoti, molto di più dell’altare occupato dal tabernacolo.
Scandalizzarci in maniera snob o cercare di capire chi siamo noi cristiani? Tornare alle nostre origini può aiutare a capire, ad accettarsi e a migliorarsi.
Siamo nel IV secolo. Mentre il battesimo e l’eucarestia andavano definendosi per quello che sono ancora oggi, il culto dei martiri, dei santi e delle reliquie già coinvolgeva masse di persone in maniera anche spettacolare. Non dimentichiamo che il cristianesimo va ad innestarsi su vecchie religioni, cosiddette pagane, che curavano l’aspetto magico e ancestrale dell’esistenza umana. Molta eredità pagana vive ancora oggi nell’espressione della fede cristiana. La stessa festa di Natale, almeno per noi occidentali (dato che per gli orientali corrisponde alla manifestazione di Cristo, il 6 gennaio), porta in sé la scelta della data della festa pagana del dio Sole. E il fatto di possedere delle reliquie, in un certo senso magiche, offriva ai singoli e alle comunità la possibilità di non sentirsi abbandonati da divinità protettrici.
La devozione popolare si scatenò intorno alla carica magica del culto delle reliquie, in particolare dei martiri, vale a dire dei testimoni della fede cristiana. Non si tirò indietro la chiesa più ufficiale dei vescovi, nelle nascenti comunità cristiane, e neppure si tirarono indietro gli intellettuali, come Ambrogio o Agostino, per spiegare in maniera dotta e convincente il ruolo di intercessori dei santi.
I luoghi dove i santi venivano sepolti diventavano centro del culto, la città di Roma divenne in questo modo la città santa dove erano morti per testimoniare la loro fede e dove erano stati sepolti niente di meno che gli apostoli. A partire dal V secolo i corpi dei martiri cominciarono ad essere traslati in edifici più centrali, dove i fedeli potevano accorrere in massa.
Che cosa ci aspettava dal martire? Miracoli, ovviamente, e di natura spirituale e di natura più terrena. L’intercessore presso Dio tendeva poi a diventare il patrono della comunità.
Il passo dal culto dei martiri e dei santi a quello delle reliquie è molto breve. Sant’Agostino, di fronte a questo progredire del culto, prova a ricordare che non al santo si sacrifica, ma solo a Dio. Le spoglie dei martiri però erano state oggetto di culto fin dall’inizio, le cose non sarebbero cambiate. Anzi, i resti dei martiri divennero oggetto di commercio: riesumati dai sepolcri originari, venivano trasportati in nuovi e più efficaci centri di culto. Come se non bastasse, per fare fronte alle crescenti richieste, le reliquie vennero frazionate e finirono per acquistare valore di reliquia anche i materiali che erano stati a contatto con il corpo del santo.
Il culto delle reliquie preoccupò non solo la chiesa ufficiale, che nel IV secolo era ancora informe, ma anche il potere civile, vale a dire il potere imperiale: un edittto di Teodosio del 386 sancisce l’inamovibilità dei corpi dei martiri e ne vieta il commercio; un concilio cartaginese del 401 (i concili erano allora convocati dal potere civile, pur essendo consessi di vescovi) condanna l’inarrestabile proliferare dei ritrovamenti di reliquie dal potere magico. Ormai però la ricerca delle reliquie era sempre più febbrile. E sappiamo quale importanza abbiano ancora oggi nelle comunità cristiane. Quelle stesse comunità cristiane che, tra IV e V secolo, fecero di tutto per non restare prive di un santo protettore di cui custodire le sante reliquie.

sabato 17 maggio 2008

Fede e potere, umano e divino, fascino e tormento

Poca storia del cristianesimo, e in questo caso della Chiesa, è così controversa, eppure nel quarto secolo ci configuriamo già come cristiani del XXI secolo. Con tutte le nostre contraddizioni, che vedono mescolate verità di fede e potere.
Il personaggio di riferimento del tempo è l’imperatore Costantino. L’impero romano si sta disgregando, la sua preoccupazione primaria è conservare il potere, sicuramente non è personal-mente immune da una dimensione religiosa, ma non sapremo mai se sia fede cristiana quella che ha abbracciato o una qualche forma di sincretismo. Del resto, non possiamo condannarlo, allora il cristianesimo era prima di tutto un’esperienza di vita di comunità, la dottrina stava ancora prendendo corpo. E avrebbe continuato a prendere corpo nel corso dei secoli, ma questa è una realtà che abbiamo capito veramente solo nel XX secolo, quando alla tradizione si è dato un significato di tradizione sempre viva. E non più di una dottrina cristallizzata nel tempo e nello spazio, in cui credere ciecamente.
Torniamo al quarto secolo, alla nostra storia di cristiani.
Al di là di che cosa avesse in cuore Costantino, la sua grande intuizione politica fu quella di portare sullo stesso piano paganesimo e cristianesimo. Per farlo, il suo interlocutore di fiducia fu la Chiesa ufficiale. E quale modo migliore per legarsi alla Chiesa ufficiale se non quello di farsi arbitro delle grandi questioni telogiche che animavano le prime Chiese e di risolvere i problemi più pratici dei cristiani. Non c’è, nella nostra storia, solo il Concilio di Nicea, che lo stesso Costantino convoca e dirige. Concilio a cui dobbiamo sostanzialmente niente di meno che il nostro Credo.
Costantino si occupa anche di affari apparentemente di meno conto: offre ai funzionari pubblici l’opportunità di non essere più scomunicati, è sufficiente che non compiano espliciti atti di culto pagano; dota la basilica costantiniana, che sorge dove oggi c’è San Giovanni in Laterano, di un notevole patrimonio, beni, donazioni, rendite; e la sua generosità beneficia un po’ tutta la Chiesa di Roma, che comunque continua a guardare da lontano l’immensa ricchez-za dell’aristocrazia romana di allora. Che cosa ne faceva la Chiesa di tutte queste ricchezze generosamente elargite dall’imperatore? Inizialmente, papi, vescovi e clero non erano liberi di disporne a loro piacimento. Solo alla fine del quinto secolo, viene definita la ripartizione di queste ricchezze della chiesa di Roma: una parte è del pontefice, un’altra del clero, una dei poveri e la quarta va per gli edifici di culto.
Pare certo che l’assistenza ai poveri fosse già una costante nella chiesa di Roma ai tempi di Costantino: è lui che esenta i ministri di culto dalle tasse, purché si prendano in carico l’assistenza ai poveri.
La Chiesa comincia a diventare un’organizzazione con tanto di dirigenti, i vescovi. Certo, che parliamo di personaggi colti e con un certo carisma, Ambrogio e Agostino in Occidente, tanto per citare alcuni nomi, Atanasio, Basilio, Gregorio di Nissa e di Nazianzo, Giovanni Crisostomo in Oriente.
Il cambiamento sociale che ci interessa in questi secoli è che la Chiesa, come organizzazione, comincia a fare concorrenza all’Impero. Non sapremo mai quanto Costantino fosse cristiano o un misto di fede e interesse politico, sapientemente mescolati con un po’ di superstizione pagana, ma di sicuro contribuisce a configurare per la Chiesa la sua realtà umano-divina, che ci affascina e ci tormenta ancora oggi.
Non abbiamo parlato della tanto controversa donazione che Costantino avrebbe fatto a papa Silvestro, considerata la nascita del potere temporale della Chiesa. Ci basta ricordare quanto esclama Dante, quando nell’Inferno si trova a tu per tu con i simoniaci:
“Ahi Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco Patre!”.

sabato 26 aprile 2008

Padre Pio e la nostra Italia

L’Italia che eravamo e l’Italia che siamo. C’è poco da snobbare il fenomeno padre Pio. Conviene capirlo: per tentare di capire chi siamo stati, che strada abbiamo percorso dal dopoguerra ad oggi e chi cerchiamo di essere ad oggi.
Domande che si pone lo storico Sergio Luzzatto nel libro pubblicato da Einaudi, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento.
Facile avventarsi contro spudorate forme di devozione che si spingono fino ad adorare un cadavere, pur di respirare ancora l’aria di miracoli che padre Pio, all’inizio del Novecento, ha fatto respirare a persone di ogni classe sociale e culturale, a vescovi e politici, compreso un futuro Papa, come a masse di persone anonime.
Eppure, se ancora oggi il frate da Pietralcina attira intorno a sé centinaia di migliaia di persone, ha ragione Luzzatto nel dire che ricostruire la storia di padre Pio equivale a studiare, attraverso un gioco di specchi, un po’ tutta la storia della nostra vita religiosa nel mezzo secolo che separa la Grande Guerra dal Concilio Vaticano II.
Di gioco di specchi davvero si tratta. Se padre Gemelli fa di tutto per dimostrare scientificamente le nevrosi di padre Pio, ci sono anche le analisi, da parte dei servizi di pubblica sicurezza, che mettono a fuoco un aspetto forse non troppo centrale: la natura profetica e apocalittica della predica-zione di padre Pio si sarebbe opposta all’attaccamento alle cose terrene da parte del Vaticano e del Pontefice di Roma; di fronte a questo atteggiamento, non ci sarebbe dunque da stupirsi, per alcuni funzionari pubblici, se il Sant’Uffizio cercasse di ostacolare il ministero di un santo considerato, in questa prospettiva, pericoloso. Quel Sant’Uffizio che si era rimesso appunto nelle mani di padre Gemelli.
La vicenda di padre Pio e dei suoi devoti attraversa in pieno anche il fascismo, vi si intrecciano persino avventure industriali molto poco limpide
Come snobbare tutto questo? Non è la nostra Italia anche questa folla di gente, su cui i mezzi di informazione punteranno i riflettori almeno per un anno intero, e che si assiepa al santuario di Monterotondo per venerare un cadavere?
I santi servono a compiere i miracoli e anche padre Pio non sfugge a questo mandato. Fare la storia dei suoi miracoli non deve però essere per forza una storia che mira a dimostrarne la verità o la falsità. E di queste storie, agiografiche o al contrario accusatorie, non mancano di certo. Questi miracoli vanno inseriti in un contesto storico, indipendentemente dal fatto che siano veri o meno. Un contesto storico fatto di amici e di nemici del santo, che però nulla dicono sulla veridicità o sulla falsità del messaggio evangelico. Essendo un’icona popolare, la vicenda di padre Pio ha invece molto da dire sulla storia dei cristiani del ventesimo secolo. E, a quanto pare, anche dei cristiani contemporanei. Senza bisogno di doverlo snobbare, perché, appunto, la piccola storia di padre Pio ha incrociato la grande storia d’Italia e la storia della pietà nella storia del cristianesimo.

sabato 22 marzo 2008

Pietro Scoppola, un cattolico a modo suo

L’esperienza di fede non sfugge alla logica del cambiamento. Una banalità? O piuttosto una affermazione con risvolti di non poco conto, sia a livello individuale sia nella dimensione collettiva?
E’ un’osservazione che accompagna l’ultimo scritto autobiografico di Pietro Scoppola, docente di storia contemporanea ed esperto in storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, morto di recente. Il libricino è pubblicato da Morcelliana, con il titolo scelto dallo stesso Scoppola, "Un cattolico a modo suo", da una espressione utilizzata da Paolo VI, quando nel 1975 fu il Papa in persona a volere che Scoppola restasse nel comitato promotore per il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, con queste parole: Scoppola è un cattolico un po’ a modo suo, ma è bene che rimanga. Era il 1975, l’anno precedente forti erano state le tensioni per il referendum sul divorzio. E le posizioni di Scoppola, sulla necessità di un pluralismo e sul fatto che fosse inaccettabile imporre un modello di matrimonio così alto come quello della tradizione cattolica, non erano piaciute a buona parte del mondo cattolico italiano, quello che contava.
Questo breve scritto autobiografico è un interessante percorso alla ricerca dell’autenticità di un cristianesimo incarnato, che Scoppola affronta negli ultimi mesi di vita, ma le stesse domande e le stesse riflessioni possiamo porcele a qualunque tappa dello stesso percorso di incarnazione del cristianesimo che, a seconda delle differenti condizioni di vita, ci si trova a vivere.
Con molta chiarezza, lo storico si pone le questioni che sono stati centrali nella sua scelta di fede. Con una premessa assai interessante: “Penso che la garanzia della fedeltà della Chiesa alla sua missione sia affidata molto più alla vita di fede dei suoi fedeli, dei suoi testimoni, dei suoi santi (proclamati o no: poco conta!) che alla custodia di una dottrina”. Premessa che, come fa notare lo stesso Scoppola, fa eco all’apertura dell’enciclica “Deus charitas est” di papa Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.
Con la sensibilità dello storico, prendiamo atto delle questioni importanti della scelta di fede. Il Dio della Bibbia non è un’astrazione filosofica definita una volta per tutte, ma è un Dio vivente di cui un popolo prende coscienza dentro una storia piena di conflitti e di contraddizioni.
E perché scandalizzarsi del non credere? Gli spazi del credere e del non credere sono gli spazi comuni a tutti gli uomini pensanti: sono gli spazi comuni della condizione umana del resto ben presenti nella Bibbia.
E poi c’è quella semplice e grande realtà, che libera da tutte le angosce per una metafisica razio-nalmente irrangiungibile: la nostra fede è fondata sulla fede degli apostoli. Non si crede da soli, si crede dentro una comunità credente e orante.
Tutto quasi lampante, forse per le nostre ultime generazioni nate dopo il Concilio Vaticano II. Non per quella di Scoppola e di tanti che nella Chiesa hanno vissuto in pieno il Novecento, un secolo in cui la logica del cambiamento è stata stravolgente nella Chiesa cattolica. Il credere di Scoppola, espresso in questi termini, si poneva allora su un terreno diverso e metteva a fuoco il rischio di una scelta di fede, razionale e allo stesso tempo coraggiosa, mentre si sbandieravano le incontrover-tibili prove dell’esistenza di Dio. Ecco che tutte le certezze, dalle prove razionali dell’esistenza di Dio all’esistenza storica della divinità di Cristo fino alla Chiesa, indefettibile, perché voluta da Cristo, non potevano più sorreggere il ponte di una fede incrollabile.
Nasce una nuova consapevolezza, fondamentale a livello personale e a livello di comunità credente e orante: “Non un ponte o un più solido viadotto per superare di un balzo le asperità del cammino e i mille ciottoli di un terreno impervio, ma la partecipazione all’esperienza umana di un popolo credente diventava il punto di appoggio e la garanzia della mia fede”.

domenica 2 marzo 2008

Cristiani del Medioevo: cristiani più liberi rispetto alla nostra epoca globalizzata?

Quanto le ideologie siano pericolose, da qualunque fonte siano sgorgate, che sia filosofica o politica o anche religiosa, si capisce godendosi la lettura di un libretto dello storico Jacques Le Goff, che Laterza ha pubblicato in edizione economica, “ Il cielo sceso in terra. Le radici medievali dell’Europa”. Al di là delle infinite e vuote discussioni sulle origini cristiane o meno dell’Europa, come se la cosa fosse così rilevante, Le Goff attraversa a volo d’aquila i lunghi secoli del medioevo, lasciandoci intendere quali rivoluzioni culturali e mentali siano state vissute in quegli anni. Certo, il cristianesimo non poteva restarne fuori.
Anzi, parliamo di cristianesimo e di chiesa, ché le due realtà vanno da sempre a braccetto, che la cosa ci piaccia o no.
All’inizio del medioevo succede un fatto curioso, il matrimonio, che fino ad allora era stato considerato un affare civile, diventa una questione gestita dalla chiesa. Questo porta dei vantaggi, come il tentativo di limitare i matrimoni tra consanguinei o come l’impossibilità di ripudiare la moglie (posssibilità fino ad allora a senso unico) in quanto indissolubile, però sono anche gli anni in cui il matrimonio diventa un sacramento e quindi può essere gestito solo dai preti. Nuova realtà di matrimonio che conviveva con l’amor cortese (la storia umana è straordinariamente ricca di contraddizioni), in cui il vero signore era la donna amata e il cavaliere era il suo servo. Certo, parliamo di un amore idealizzato e cantato, nella realtà la poligamia dei signori e la schiavitù della donna resterà a lungo una realtà.
E’ tipica del medioevo la libertà di pensiero, almeno tra gli intellettuali. Certo, parliamo di una società fortemente analfabetizzata. Con il nascere e lo svilupparsi delle università, la storia del cristianesimo conosce tempi d’oro, con veri e propri dibattiti (oggi impensabili senza anatemi reciproci e senza richiami continui, almeno da parte delle gerarchie, ad una dottrina assoluta nel tempo e nello spazio) sulle questioni essenziali della fede cristiana.
Paradossalmente, tra XII e XIII secolo, è il dubbio, non ancora come metodo, ad essere posto alla base della ricerca della verità. Quella che la chiesa chiama “scolastica”, riferendosi, successivamente negli ultimi secoli, a questo sistema di pensiero come ad una verità indiscutibile, in realtà era nel medioevo il sapere che nasceva nelle università: attraverso le domande (quodlibetales) che gli studenti ponevano ai maestri e le quaestio, poste su argomenti predeterminati, a cui seguivano le disputationes. Già nell’XI secolo, la dialettica era, per S.Anselmo, il metodo fondamentale per la riflessione sulle idee.
Dialettica che oggi pare scomparsa dall’orizzonte del vissuto cristiano.
Di S. Tommaso, fondatore di questo pensiero che tentò di equilibrare ragione e fede, di mettere d’accordo Dio e uomo, libero arbitrio e grazia, e che venne chiamato “scolastica”, perché si sviluppò nelle università, Le Goff scrive: “Fu un professore alla moda, che attirava ed entusiasmava gli studenti, oltre che un pensatore ardito che suscitò l’ostilità di molti colleghi e di alcuni influenti prelati. E’ il prototipo dell’intellettuale europeo, seducente e contestato, che illuminava e al tempo stesso turbava gli ambienti intellettuali e religiosi”.
E dire che fu proprio in nome della dottrina di S. Tommaso che molti teologi, tra XIX e XX secolo, persero il posto di docenti e il diritto ad esprimere il loro pensiero sull’esperienza di fede cristiana. Perché anche in questo Tommaso fu maestro - anche se Le Goff non lo dice - e cioè nel riportare sempre la teologia all’esperienza cristiana, in una ricerca continua di Dio e dell’ uomo.
Davvero curiosa è la storia del cristianesimo.