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sabato 21 giugno 2008

Sognare una Chiesa di gente che “pensa più in là”: il cardinal Carlo Maria Martini

[da www.adistaonline.it - di Giampaolo Petrucci]
34447. ROMA-ADISTA. “Ho sognato una Chiesa nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alla gente che pensa più in là. Una Chiesa che dà coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa”. Sono le parole del card. Carlo Maria Martini raccolte nei “Colloqui notturni a Gerusalemme”, libro recentemente edito in Germania dalla casa editrice Herder (di “sogno” Martini parlò anche nel celebre intervento sul rinnovamento della Chiesa fatto al Sinodo dei Vescovi del 1999, censurato da tutti i media cattolici e pubblicato dalla nostra agenzia, v. Adista n. 73/99). L’81enne gesuita, già arcivescovo di Milano, tira le somme di un’esistenza trascorsa nella costante e travagliata ricerca di Dio, vissuta dentro la Chiesa. E confida queste riflessioni all’amico p. Georg Sporschill, anch’egli gesuita, in un testo che assume la forma del colloquio o dell’intervista. I 7 capitoli del volume affrontano questioni profonde di fede, di etica, di società e di Chiesa. A quest’ultima Martini indirizza un accorato appello per una rapida e profonda riforma. Ad esempio, di fronte alla crisi vocazionale che investe la Chiesa cattolica soprattutto in Occidente, considera inefficaci le soluzioni proposte fino ad ora delle gerarchie. “La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea”, afferma, come ad esempio “la possibilità di ordinare viri probati\pard f1 (uomini sposati ma di provata fede, ndr)” o di riconsiderare il sacerdozio femminile, sul quale riconosce la lungimiranza delle Chiese protestanti. Ricorda persino di aver incoraggiato questa posizione in un incontro con il primate anglicano George Carey: “Gli dissi di farsi coraggio – spiega Martini – che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti”.

Se le sue tesi sull’organizzazione della Chiesa appaiono già fortemente riformatrici, ancora più avanti guarda nell’affrontare i temi etici legati alla sessualità. Critica l’Humanae Vitae di Paolo VI sulla contraccezione, enciclica scritta “in solitudine” dal papa e che proponeva indicazioni poco lungimiranti. “Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia”. Sarebbe opportuno, afferma, gettare “un nuovo sguardo” sull’argomento. La Bibbia, in definitiva, non condanna a priori né il sesso né l’omosessualità. È la Chiesa, invece, che nella storia ha spesso dimostrato insensibilità nel giudizio della vita delle persone. “Tra i miei conoscenti – ricorda ancora Martini – ci sono coppie omosessuali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli”. Dunque la Chiesa, invece di educare il popolo di Dio alla libertà e alla “coscienza sensibile”, ha preferito inculcare nel credente una dogmatica moralistica ed acritica.

Il contatto con le altre religioni, saggiato in prima persona durante il lungo soggiorno a Gerusalemme, ha rappresentato per Martini un punto di non ritorno, una scuola di vita e di fede. La ricerca di Dio in quelle terre - peraltro, come lui stesso afferma, estremamente travagliata ed attraversata spesso da lunghe ombre - costringe a ripensare il dialogo interreligioso perché, dice, “Dio non è cattolico”, “Dio è al di là delle frontiere che vengono erette”. È l’uomo che sente la necessità di razionalizzare in apparati normativi e istituzionali la gestione del sacro. In realtà, le istituzioni ecclesiastiche “ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo”. Incontrare e (perché no) pregare insieme all’amico di altra religione, dice, “non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano”. E invita: “Non aver paura dell’estraneo”. Il grande comandamento invita ad amare l’altro come se stessi. “Ama il tuo prossimo - afferma - perché è come te”. Il “giusto” - e in questo caso Martini prende in prestito la II sura del Corano - è colui che “pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini”.

giovedì 19 giugno 2008

Teologia militante: Hans Kung mette mano alla sua autobiografia

Teologia militante: le “Memorie” di Hans Kung [di Rosino Gibellini, da teologi@internet]
Il primo volume delle Memorie di Hans Küng, edito in lingua originale nel 2002, è ora arrivato in traduzione italiana (Diabasis, Reggio Emilia 2008), ed è stato presentato alla presenza dell’Autore a Milano e a Genova. Esso copre i primi quarant’anni della vita del teologo svizzero, classe 1928, ma si fa del più vivo interesse culturale e storico per il primo decennio della sua attività pubblica di studioso, dal libro sulla Giustificazione (1957) fino alla sintesi di La Chiesa (1967): il decennio focalizzato sulla tematica ecclesiologica ed ecumenica.
Il racconto, vivacissimo, segue la scansione storica, di volta in volta attualizzata da considerazioni che arrivano fino al presente (e dunque fino al 2002, data di pubblicazione del primo volume). Ne sono un esempio le pagine dedicate al libro sulla Giustificazione, la tesi per il dottorato in teologia, iniziata alla Gregoriana di Roma e difesa all’Institut Catholique di Parigi, il 21 febbraio 1957 (interessante l’andamento della seduta e le puntigliose domande poste da
uno dei relatori, il gesuita Henri Bouillard, autore di un’opera sulla teologia di Barth pubblicata in tre volumi nel 1957, l’anno stesso della pubblicazione della tesi di Küng presso la Casa editrice Johannes di Einsiedeln, diretta da von Balthasar, presente, quasi in incognito, alla discussione della tesi di Küng). Con questo libro il teologo svizzero sottoponeva a confronto la comprensione barthiana – intesa come la formulazione più espressiva del protestantesimo – della dottrina della giustificazione con la dottrina cattolica del concilio di Trento – e inaugurava un modo nuovo di fare teologia ecumenica.
[...]
L’indizione del Concilio, a sorpresa, da parte del neoeletto papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959, trova il giovane teologo vicario in una parrocchia della sua diocesi, a Lucerna, ma sarà presto nominato, a 32 anni, in data 20 luglio 1960, professore ordinario di teologia fondamentale alla facoltà cattolica di teologia di Tubinga, in Svevia.
Cambia il programma dei suoi studi: «E così, mi decido, anziché per la conclusione degli studi sulla cristologia di Hegel, per l’elaborazione di una teologia del Concilio Ecumenico» (251). Il libro sul pensiero teologico di Hegel, Incarnazione di Dio seguirà nel 1970, e rappresenta, sotto il profilo accademico, la sua Habilitationsschrift, anche se la chiamata del 1960 è nomina a «professore ordinario in piena regola» (251). Il giovane teologo sa cogliere il tema teologico degli Anni Sessanta, il tema ecclesiologico, che svolgerà in lezioni, conferenze e pubblicazioni, che lo
faranno conoscere in campo internazionale come il più avanzato ecumenista cattolico.
Küng si era prontamente misurato con il tema della riforma della Chiesa in Concilio e ritorno all’unità del 1960, pubblicato prima del suo arrivo a Tubinga. La sua applaudita lezione inaugurale all’università di Tubinga del 24 novembre 1960 ha come tema «La comprensione teologica del Concilio ecumenico». Nell’estate del 1962, prima dell’inizio del Concilio, esce nella collana “Quaestiones disputatae”, con un Imprimatur, che è stato difficile ottenere e di cui si narra la storia, il denso volume storico-teologico Strutture della Chiesa: «Sullo sfondo di tutte queste contrapposizioni si comprende in ogni caso meglio perché il card. Döpfner troverà poi il mio libro Strutture della Chiesa una lettura “stimolante” e in grado di “togliere il sonno”. Ma ciò dipende dall’autore o non piuttosto dai fatti storici e dai problemi affrontati con onestà e imparzialità?» (303).
Partecipa alle quattro sessioni del Concilio come perito conciliare: alla prima come perito del vescovo di Rottenburg (la diocesi cui fa capo Tubinga), e alle altre tre sessioni con nomina della Segreteria di Stato vaticana [«Per tutto il tempo in cui non potrò attendere ai miei compiti didattici mi sostituirà il mio assistente, il dott. Walter Kasper» (304)]. È tra i più giovani periti conciliari: «Michael Schmans, il “papa dei dogmatici” di Monaco, si era ben presto ritirato, perché evidentemente la sua teologia scolastica non era gradita; qui, afferma, trovano udienza solo i teologi teen-ager, e con tale espressione egli pensava a Ratzinger e a me» (424). E la sua partecipazione, attenta e attiva, alle quattro sessioni del Concilio (1962-1965) rappresenta la parte ghiotta, per circa 200 pagine (319-515), di questo primo volume delle Memorie. Non è propriamente una storia del Concilio, ma il Concilio raccontato anche «dietro le quinte» (409), svelando «i retroscena» (422), da parte di un attento e impegnato teologo, guidato dall’idea di una necessaria «riforma della Chiesa» (e non solo, secondo la formulazione di Congar, «riforma nella Chiesa»; e dall’idea della «libertà del cristiano», e non solo della «libertà della Chiesa»: «Le mie fonti personali sono, relativamente al Vaticano II, le mie esperienze e i miei ricordi, le mie agende e le mie corrispondenze, gli atti del Concilio e le pubblicazioni da me personalmente curate, infine la rassegna stampa riguardante la mia persona, raccolta in più volumi – il tutto supportato da una memoria per fortuna ancora ben funzionante» (251).
[...]
Si inserisce in questa narrazione anche la storia della nuova rivista internazionale di teologia Concilium, il cui progetto si concretizza con il trio Rahner-Schillebeeckx-Küng già durante la prima sessione, dopo la votazione controversa sullo schema curiale sulle due fonti della rivelazione, ritirato per intervento diretto di Giovanni XXIII (21 nov. 1962). Il primo numero della rivista uscirà nel gennaio 1965: «Così, propiziata dal Concilio, si costruisce una rete internazionale di teologia che racchiude una gran parte dei nomi di maggior spicco delle varie discipline» (453).
[...]
L’ultimo capitolo di questo primo volume delle Memorie si intitola: «Ritorno all’antica illibertà?», e continua la narrazione delle tensioni delle ultime due sessioni del Concilio, per presentare un bilancio dei 16 documenti conciliari: «Eppure, nonostante tutto, ora mi sembra importante che non ci si limiti a deplorare le incontestabili oscurità, i compromessi, le omissioni, le unilateralità, i passi indietro e gli errori [...]. Occorre piuttosto, con una speranza che guarda avanti, considerarli come compito per il futuro e cercare di superarli nello spirito del Concilio, che non ha voluto chiudere nessuna porta. [...] Insomma: a partire dal Vaticano II è andata a chiudersi per la chiesa cattolica l’età della Controriforma restauratrice del Medioevo, della difensiva, della polemica e della conquista – e questo nonostante tutte le resistenze annidate proprio nel centro romano. Una nuova epoca, piena di speranza, è cominciata
per lei: un’età del rinnovamento costruttivo in tutti gli ambiti della vita ecclesiale, dell’incontro comprensivo e della collaborazione con la restante cristianità, con gli ebrei, le altre religioni e con il mondo moderno in genere» (513).
Il libro è ricco di molti altri spunti: il colloquio dell’autore con Paolo VI, alla ricerca di giovani intelligenze da mettere al servizio della chiesa; il rapporto, fin qui amichevole, con l’altro teen-ager dei teologi conciliari, Joseph Ratzinger, che il decano della facoltà Küng chiamò a Tubinga, dove arrivò nel semestre estivo 1966; e molte altre pagine ancora, che si dovrebbero citare.

sabato 5 aprile 2008

Davvero il perfetto cristiano non critica?

[...] Giovanni XXIII è stato soltanto un lampo di luce posato per sbaglio là dove ci deve essere solo il buio. Il santo buio agghiacciante delle curie come lo vuole Dio, dove i forti si santificano con le croci e i deboli riescono a non dannarsi cioè a santificarsi con gli errori! [...]
(I care ancora)

[...] Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi sacramenti e senza il suo inse-gnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione, anche, se sarà necessario, di inginocchiarci davanti a Gedda caudillo d’Italia, me ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. Non il giornale della Fiat. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo. [...]
(Lettere di don Lorenzo Milano priore di Barbiana)

[...] Rovistiamo dunque negli errori di casa nostra solo quel tanto che basta per contribuire anche noi senza falsa umiltà all’educazione e istruzione dei nostri confratelli e superiori compresi i Vescovi e il Papa (che hanno bisogno come tutti e forse più di tutti). Ma dopo aver ottenuto questi due scopi basta, non ne parliamo più, ci si può far sopra anche una risata divertita. Se prendiamo il volto tragico della catastrofe vuol dire che non crediamo in Dio e nella Provvidenza, vuol dire che non siamo in grazia di Dio. [...]
(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)

[...] La via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. [...]
(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)

[...] Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
(Lettere a una professoressa)

[...] La vostra libertà è di scegliere entro i limiti delle poche possibilità che vi danno, cioè di ballare un twist o un madison, ma non di ballare o pensare; non di ballare o regnare ed essere padroni del vostro voto, del vostro pensiero; non di ballare oppure di vincere discussioni; non di ballare o convincere le persone con cui parlate. [...]
(Don Milani, la ricreazione è finita)

[...] E Gesù stesso ha molto più vissuto che parlato. E molto più insegnato col nascere in una stalla e col morire su una croce che col parlare di povertà e di sacrificio. [...]
(Esperienze pastorali)

[...] Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e di disperazione. Io ci vivo e ci parlo e ci scrivo con la più assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi poco perché gli voglio bene. E capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!!! [...]
(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)

[Citazioni da: Don Milani. Ideario. 230 voci, Stampa alternativa, 2007, 10,00 euro]

mercoledì 5 marzo 2008

Fede cristiana e cultura: sappiamo chi siamo?

Fede cristiana e cultura sono da sempre un binomio inscindibile. Peccato che la Chiesa, nella sua lunga, lunghissima storia, lo abbia dimenticato - e lo dimentichi ancora - troppo spesso.
La fede cristiana non ha nulla a che fare con le statistiche che assicurano le gerarchie sulla consistenza del popolo cristiano nella società umana, così come ha poco a che fare con inspiegabili devozioni che tengono le persone legate a fenomeni che in ogni caso hanno a che fare con autentica esperienza religiosa, non necessariamente cristiana.
Fin dalla predicazione del suo fondatore - parliamo di Gesù Cristo - la fede cristiana è stata caratterizzata dalla necessità di spiegare, capire, e allo stesso tempo, vivere quello in cui crediamo. Così come è sempre stato importante avere coscienza della storia a cui apparteniamo, vale a dire della nostra tradizione cristiana.
La realtà di una tradizione cristiana è stata riportata in auge dal Concilio Vaticano II, ma già nei primi secoli della nostra storia i padri della chiesa occidentali ne ribadivano l’importanza: in fondo, è quella prima testimonianza, quella prima esperienza delle comunità cristiane, riattualizzata nei secoli, che ci garantisce su quello che crediamo. Certo, tutta la riflessione dei padri della chiesa orientali, sulla ricerca di uno stretto legame tra ragione e fede, ci ha aiutati a crescere nel corso dei secoli. Ma è sempre stata la testimonianza il carattere fondamentale della fede cristiana.
Di questo “deposito” iniziale si fanno garanti, fin dalle origini del cristianesimo, in modo particolare, i vescovi della comunità cristiana. Un ruolo importante, che nulla ha a che fare con qualsiasi forma di potere nel sistema “chiesa”.
Di questo ruolo pare avere coscienza, certamente supportato dai potenti, e non comuni, mezzi di comunicazione della diocesi di Milano, il cardinale Tettamanzi. Siamo arrivati al punto che l’opinione pubblica si stupisce se un cardinale decide di fare quello che deve fare. E così, se intitola la sua ultima lettera “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione”; e se apre un dialogo con queste persone, troppo spesso, nelle situazioni concrete delle parrocchie, escluse in tante piccole situazioni dalla vita della comunità; e se esprime il suo dispiacere qualora queste persone abbiano trovato sul proprio cammino uomini e donne della comunità cristiana che le abbiano ferite; e se scrive di interrogarsi sul perché capiti che il legame del matrimonio si spezzi, ponendosi una lunga serie di domande, invece che imporre una lunga serie di affermazioni e di certezze; e se quasi supplica queste persone di partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, anche se non possono accostarsi alla comunione, citando l’ultima enciclica del Papa, che in fondo dice le stesse cose, solo con un tono un po’ più impertinente; e se si prolunga sulla necessità che le comunità cristiane vivano con segni profetici l’amore e la misericordia di Dio. Insomma, se il cardinale Tettamanzi scrive tutto questo, finisce che ci stupiamo tutti. Eppure non fa altro che spiegarci e vivere lui per primo la fede cristiana. Perché ci stupiamo? Forse perché non è più questo l’atteggiamento generalizzato tra chi ha canali per fare sentire la propria voce, nelle comunità cristiane?
Ed è tra lo stupore generale che il cardinale Tettamanzi ha trovato il modo più attuale per fare rivivere il binomio fede cristiana e cultura: è su You Tube, una delle migliori espressioni dei vantaggi della globalizzazione, che possiamo guardare e ascoltare non solo le sue catechesi quaresimali, ma anche le sue risposte alle domande che gli arrivano sul sito internet della diocesi di Milano - il migliore in Italia e di questo non ci stupiamo di certo. Le catechesi di quest’anno sono sul battesimo e si tengono di volta in volta in battisteri antichi della diocesi: il linguaggio di Tettamanzi non ha nulla a che fare con il linguaggio mediatico vuoto stile marketing, che caratterizza molta della comunicazione su Internet; è il linguaggio di un vescovo di settant’anni, che veste talare e zuccotto da cardinale, tutti simboli di una storia di una chiesa che arriva da lontano; eppure i contenuti, che arrivano chiaramente da lontano, come il linguaggio utilizzato dal vescovo, sono estremamente attualizzati: Tettamanzi fa in modo che conosciamo la nostra storia di cristiani, ci racconta di quando Ambrogio ha battezzato Agostino e del significato dei simboli del battesimo e della storia del sacramento. Insomma, ci rende consapevoli di quello che siamo e di quello in cui crediamo. Così come, nei video in cui risponde alle domande che gli arrivano sul sito, mette al centro delle sue risposte la conoscenza della nostra fede e, soprattutto, l’amore di Dio.