tag:blogger.com,1999:blog-45215816657724647862008-06-28T10:34:43.125+02:00filotea.infoFilotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comBlogger16125tag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-87948095258887317502008-06-28T10:31:00.000+02:002008-06-28T10:34:43.142+02:00San Paolo, una fede radicale e carismatica: inizia oggi l’anno paolinoInizia oggi l’anno paolino, un anno giubilare ispirato dal bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo. Non si tratta di un evento esclusivamente mediatico e istituzionale, per fortuna, dato lo spazio che lo stesso san Paolo dedica nella sua predicazione alla chiesa dei carismi dello Spirito Santo.<br />I benedettini della basilica papale di san Paolo fuori le mura vi hanno dedicato un sito Internet, www.annopaolino.org, dove si possono trovare tutte le informazioni al riguardo. Da qualche mese stanno spuntando nuovi libri sulla figura di San Paolo, c’è chi rimette mano a materiali e lavori già utilizzati, c’è chi, come Paolo Curtaz, tenta nuove strade, rischiose ma affascinanti, per cogliere l’umanità, la particolarità e l’universalità insieme, della figura di san Paolo; il suo ultimo libro è atteso per la metà di luglio o al massimo per il mese di settembre. Ed è anche l’occasione per rileggere studiosi importanti, che hanno scritto pietre miliari su san Paolo, come Giuseppe Barbaglio, scomparso di recente.<br />Nel 2005, Barbaglio ha rilasciato a Doriano Fasoli, per Riflessioni.it, una intervista sulla figura di Paolo e sul confronto tra Gesù e Paolo, temi a cui ha dedicato studi importanti, tutti reperibili, “La teologia di Paolo” e “Il pensare dell’apostolo Paolo”. Riportiamo qui di seguito solo un brano di quella intervista.<br />Per cominciare anche noi l’anno paolino, sulle orme di uno studioso come Barbaglio, biblista ineccepibile e uomo coraggioso nelle scelte di vita e di fede.<br /><br />Su quali punti Paolo è rimasto inascoltato?<br /><span style="font-style: italic;">Il destino di Paolo è stato, per lo più, quello di un grande incompreso. </span><br /><span style="font-style: italic;">Nella millenaria storia cristiana solo alcune tappe lo hanno visto, come un fiume carsico nascosto, riemergere in stagioni importanti per la chiesa di Cristo. Agostino alle prese con l’eresia di Pelagio - espressiva di una forma di cristianesimo di severo impegno ascetico e di fedeltà pratica, diremmo di un cristianesimo delle buone opere compiute con buona volontà umana, dunque conquista autonoma dell’uomo -, si è richiamato a Paolo e alla sua teologia della grazia, cioè del dono gratuito e immeritato dell’amore del Dio di Gesù Cristo che sostiene il volere e il fare dell’uomo. Lutero poi, padre della riforma protestante, in polemica con il cattolicesimo da lui accusato di essersi traviato, diventando una religione dei meriti e della pratica magica dei sacramenti, nella famosa notte della Torre scoprì che la giustizia di Dio disvelata nel vangelo, di cui parlava Paolo nella lettera ai Romani, non è la giustizia del Dio retribuitore e giudice severo, ma quella salvifica (dico lui che accoglie tutti gli uomini indiscriminatamente suscitando in loro la fede, cioè l’affidarsi fiducioso alla sua iniziativa di grazia). Nel secolo scorso, infine, K. Barth reagì alla teologia liberale di segno protestante, che annacquava lo scandalo della croce e della risurrezione del crocifisso, propugnando una religione razionale della paternità universale di Dio e della immortalità dell’anima, richiamandosi a Paolo, in modo particolare alla lettera ai Romani, per difendere un’immagine di Dio come ‘altro’ dal mondo. Nella chiesa cattolica, intendo parlare della sensibilità più diffusa e della religiosità più curata, Paolo è messo ai margini; si è più vicini a una voce come quella del vangelo di Matteo che sottolinea l’esigenza delle buone opere, il fare a scapito del contemplativo ascoltare, il primato dell’etica su quello della grazia. Soprattutto, Paolo è ignorato nella sua comprensione della chiesa come corpo sociale animato dallo Spirito che attiva tutti e singoli i credenti elargendo loro i doni carismatici, cioè le capacità di rendere gli essenziali ‘servizi’ (diakoniai) alla crescita spirituale e maturante della comunità; vi viene preferita invece la prospettiva delle lettere Pastorali, indirizzate a Timoteo e Tito, che portano nell’indirizzo il nome dell’apostolo come mittente ma che in realtà sono scritti pseudepigrafici della fine del I secolo; in esse la chiesa è compresa come famiglia di Dio, simile alla famiglia patriarcale del tempo, strutturata gerarchicamente con quelli che governano (proistamenoi) e gli altri che devono sottomettersi (hypotassesthai). Soprattutto Paolo è alieno alla chiesa cattolica italiana di oggi, perché egli esprime una fede radicale ed estrema che mette in discussione, alla radice, ogni religione, soprattutto quella cosiddetta civile che dà voce e cerca d’imporre valori umani generali specialmente di carattere conservatore per non dire reazionario, ottenendo l’appoggio dei cosiddetti atei devoti e bigotti.</span>Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-34429174760864364402008-06-21T18:32:00.000+02:002008-06-21T18:33:23.673+02:00Sognare una Chiesa di gente che “pensa più in là”: il cardinal Carlo Maria Martini[da www.adistaonline.it - di Giampaolo Petrucci]<br />34447. ROMA-ADISTA. “Ho sognato una Chiesa nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alla gente che pensa più in là. Una Chiesa che dà coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa”. Sono le parole del card. Carlo Maria Martini raccolte nei “Colloqui notturni a Gerusalemme”, libro recentemente edito in Germania dalla casa editrice Herder (di “sogno” Martini parlò anche nel celebre intervento sul rinnovamento della Chiesa fatto al Sinodo dei Vescovi del 1999, censurato da tutti i media cattolici e pubblicato dalla nostra agenzia, v. Adista n. 73/99). L’81enne gesuita, già arcivescovo di Milano, tira le somme di un’esistenza trascorsa nella costante e travagliata ricerca di Dio, vissuta dentro la Chiesa. E confida queste riflessioni all’amico p. Georg Sporschill, anch’egli gesuita, in un testo che assume la forma del colloquio o dell’intervista. I 7 capitoli del volume affrontano questioni profonde di fede, di etica, di società e di Chiesa. A quest’ultima Martini indirizza un accorato appello per una rapida e profonda riforma. Ad esempio, di fronte alla crisi vocazionale che investe la Chiesa cattolica soprattutto in Occidente, considera inefficaci le soluzioni proposte fino ad ora delle gerarchie. “La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea”, afferma, come ad esempio “la possibilità di ordinare viri probati\pard f1 (uomini sposati ma di provata fede, ndr)” o di riconsiderare il sacerdozio femminile, sul quale riconosce la lungimiranza delle Chiese protestanti. Ricorda persino di aver incoraggiato questa posizione in un incontro con il primate anglicano George Carey: “Gli dissi di farsi coraggio – spiega Martini – che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti”.<br /><br />Se le sue tesi sull’organizzazione della Chiesa appaiono già fortemente riformatrici, ancora più avanti guarda nell’affrontare i temi etici legati alla sessualità. Critica l’Humanae Vitae di Paolo VI sulla contraccezione, enciclica scritta “in solitudine” dal papa e che proponeva indicazioni poco lungimiranti. “Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia”. Sarebbe opportuno, afferma, gettare “un nuovo sguardo” sull’argomento. La Bibbia, in definitiva, non condanna a priori né il sesso né l’omosessualità. È la Chiesa, invece, che nella storia ha spesso dimostrato insensibilità nel giudizio della vita delle persone. “Tra i miei conoscenti – ricorda ancora Martini – ci sono coppie omosessuali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli”. Dunque la Chiesa, invece di educare il popolo di Dio alla libertà e alla “coscienza sensibile”, ha preferito inculcare nel credente una dogmatica moralistica ed acritica.<br /><br />Il contatto con le altre religioni, saggiato in prima persona durante il lungo soggiorno a Gerusalemme, ha rappresentato per Martini un punto di non ritorno, una scuola di vita e di fede. La ricerca di Dio in quelle terre - peraltro, come lui stesso afferma, estremamente travagliata ed attraversata spesso da lunghe ombre - costringe a ripensare il dialogo interreligioso perché, dice, “Dio non è cattolico”, “Dio è al di là delle frontiere che vengono erette”. È l’uomo che sente la necessità di razionalizzare in apparati normativi e istituzionali la gestione del sacro. In realtà, le istituzioni ecclesiastiche “ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo”. Incontrare e (perché no) pregare insieme all’amico di altra religione, dice, “non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano”. E invita: “Non aver paura dell’estraneo”. Il grande comandamento invita ad amare l’altro come se stessi. “Ama il tuo prossimo - afferma - perché è come te”. Il “giusto” - e in questo caso Martini prende in prestito la II sura del Corano - è colui che “pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini”.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-8779359260300779862008-06-19T12:19:00.000+02:002008-06-19T12:21:32.163+02:00Amare la Chiesa: grazie, don GigiAbbiamo salutato don Gigi. O forse lui ha salutato noi. Con quel suo sorriso, tra ironia e benevolenza che, con un tocco di ingenuità verace, era sempre pronto a comunicare partecipazione intensa alla vita.<br />Quanto tempo ha trascorso con noi in libreria, nonostante sia riuscito, quasi fino alla fine e nonostante la dolorosa malattia che un po’ lo spaventava, a mantenere l’impegno di accompagnare i malati nel loro duro percorso in ospedale.<br />Ci ha sostenuti fin dal momento dell’apertura della nostra libreria e non possiamo che essergli grati del suo sostegno, non solo personale ma anche pubblicamente dichiarato. Ne abbiamo avuto bisogno, non ci vergogniamo di ammetterlo: mentre alcuni denigravano quello che definivano, in termini a dire il vero un po’ anacronistici, il nostro “progressisimo”, don Gigi aveva capito da subito, e condiviso, il nostro spirito critico di ricerca e la nostra capacità di restare aperti a tutte le anime della Chiesa.<br />Questa Chiesa che don Gigi ci ha insegnato ad amare. Era un piacere parlare della storia della Chiesa con lui che ne aveva studiato anche i periodi storici più critici, specializzandosi, ai tempi dell’università, nella conoscenza del modernismo tra Ottocento e Novecento.<br />Nonostante il suo forte senso critico nei confronti di una Chiesa da lui amata con tutto se stesso, conservava una carica di “ingenuità”, che gli permetteva di scandalizzarsi di fronte a certi atteggiamenti diffusi nella Chiesa e a criticarli, così come di abbeverarsi ai tanti esempi di fede vissuta che questa stessa Chiesa, ricca di contraddizioni di cui lui stesso era consapevole, continua ad offrire.<br />Quanti ricchi momenti di confronto ci ha regalato, in libreria: sulla nostra chiesa locale, sulla storia del cristianesimo, sull’attualità di una Chiesa sempre in cammino nella storia e piena di contraddizioni proprie della condizione umana. E quante risate di gusto, quante volte ci siamo aiutati reciprocamente a sorridere anche su fatti che ci coinvolgevano direttamente o indirettamente e che insieme sdrammatizzavamo tentando di collocarli in un contesto più ampio.<br />Molte persone hanno avuto la fortuna di conoscerti molto meglio di noi e di volerti anche molto più bene di noi, ma ci sembra giusto ricordare quel breve tratto di strada che abbiamo fatto insieme.<br />Per dire che cosa abbiamo conosciuto di te, che cosa ci hai dato di te stesso.<br />Da quel tuo sorriso, ironico e benevolente, abbiamo avuto conferma che nella vita non dobbiamo avere paura di dire quello che pensiamo, che in fondo non c’è nulla da perdere. E’ una responsabilità a cui ha richiamato proprio in questi giorni il cardinale Martini, i cui insegnamenti tu hai sempre seguito con molta attenzione. Quante volte ci siamo confrontati insieme sugli interventi illuminati di Martini, che tu hai amato molto anche come biblista, oltre che come pastore. E siamo sicuri che, insieme, avremmo condiviso anche questo suo ultimo intervento.<br />Continueremo a leggere, e ad amare, la vita della nostra Chiesa anche illuminati dal quel tuo sorriso, che hai lasciato dentro di noi e che ancora ci hai regalato dal tuo letto d’ospedale nel nostro ultimo incontro.<br />Grazie, don Gigi.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-59852291189029878462008-06-19T12:15:00.002+02:002008-06-19T12:19:11.135+02:00Teologia militante: Hans Kung mette mano alla sua autobiografiaTeologia militante: le “Memorie” di Hans Kung [di Rosino Gibellini, da teologi@internet]<br />Il primo volume delle Memorie di Hans Küng, edito in lingua originale nel 2002, è ora arrivato in traduzione italiana (Diabasis, Reggio Emilia 2008), ed è stato presentato alla presenza dell’Autore a Milano e a Genova. Esso copre i primi quarant’anni della vita del teologo svizzero, classe 1928, ma si fa del più vivo interesse culturale e storico per il primo decennio della sua attività pubblica di studioso, dal libro sulla Giustificazione (1957) fino alla sintesi di La Chiesa (1967): il decennio focalizzato sulla tematica ecclesiologica ed ecumenica.<br />Il racconto, vivacissimo, segue la scansione storica, di volta in volta attualizzata da considerazioni che arrivano fino al presente (e dunque fino al 2002, data di pubblicazione del primo volume). Ne sono un esempio le pagine dedicate al libro sulla Giustificazione, la tesi per il dottorato in teologia, iniziata alla Gregoriana di Roma e difesa all’Institut Catholique di Parigi, il 21 febbraio 1957 (interessante l’andamento della seduta e le puntigliose domande poste da<br />uno dei relatori, il gesuita Henri Bouillard, autore di un’opera sulla teologia di Barth pubblicata in tre volumi nel 1957, l’anno stesso della pubblicazione della tesi di Küng presso la Casa editrice Johannes di Einsiedeln, diretta da von Balthasar, presente, quasi in incognito, alla discussione della tesi di Küng). Con questo libro il teologo svizzero sottoponeva a confronto la comprensione barthiana – intesa come la formulazione più espressiva del protestantesimo – della dottrina della giustificazione con la dottrina cattolica del concilio di Trento – e inaugurava un modo nuovo di fare teologia ecumenica.<br />[...]<br />L’indizione del Concilio, a sorpresa, da parte del neoeletto papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959, trova il giovane teologo vicario in una parrocchia della sua diocesi, a Lucerna, ma sarà presto nominato, a 32 anni, in data 20 luglio 1960, professore ordinario di teologia fondamentale alla facoltà cattolica di teologia di Tubinga, in Svevia.<br />Cambia il programma dei suoi studi: «E così, mi decido, anziché per la conclusione degli studi sulla cristologia di Hegel, per l’elaborazione di una teologia del Concilio Ecumenico» (251). Il libro sul pensiero teologico di Hegel, Incarnazione di Dio seguirà nel 1970, e rappresenta, sotto il profilo accademico, la sua Habilitationsschrift, anche se la chiamata del 1960 è nomina a «professore ordinario in piena regola» (251). Il giovane teologo sa cogliere il tema teologico degli Anni Sessanta, il tema ecclesiologico, che svolgerà in lezioni, conferenze e pubblicazioni, che lo<br />faranno conoscere in campo internazionale come il più avanzato ecumenista cattolico.<br />Küng si era prontamente misurato con il tema della riforma della Chiesa in Concilio e ritorno all’unità del 1960, pubblicato prima del suo arrivo a Tubinga. La sua applaudita lezione inaugurale all’università di Tubinga del 24 novembre 1960 ha come tema «La comprensione teologica del Concilio ecumenico». Nell’estate del 1962, prima dell’inizio del Concilio, esce nella collana “Quaestiones disputatae”, con un Imprimatur, che è stato difficile ottenere e di cui si narra la storia, il denso volume storico-teologico Strutture della Chiesa: «Sullo sfondo di tutte queste contrapposizioni si comprende in ogni caso meglio perché il card. Döpfner troverà poi il mio libro Strutture della Chiesa una lettura “stimolante” e in grado di “togliere il sonno”. Ma ciò dipende dall’autore o non piuttosto dai fatti storici e dai problemi affrontati con onestà e imparzialità?» (303).<br />Partecipa alle quattro sessioni del Concilio come perito conciliare: alla prima come perito del vescovo di Rottenburg (la diocesi cui fa capo Tubinga), e alle altre tre sessioni con nomina della Segreteria di Stato vaticana [«Per tutto il tempo in cui non potrò attendere ai miei compiti didattici mi sostituirà il mio assistente, il dott. Walter Kasper» (304)]. È tra i più giovani periti conciliari: «Michael Schmans, il “papa dei dogmatici” di Monaco, si era ben presto ritirato, perché evidentemente la sua teologia scolastica non era gradita; qui, afferma, trovano udienza solo i teologi teen-ager, e con tale espressione egli pensava a Ratzinger e a me» (424). E la sua partecipazione, attenta e attiva, alle quattro sessioni del Concilio (1962-1965) rappresenta la parte ghiotta, per circa 200 pagine (319-515), di questo primo volume delle Memorie. Non è propriamente una storia del Concilio, ma il Concilio raccontato anche «dietro le quinte» (409), svelando «i retroscena» (422), da parte di un attento e impegnato teologo, guidato dall’idea di una necessaria «riforma della Chiesa» (e non solo, secondo la formulazione di Congar, «riforma nella Chiesa»; e dall’idea della «libertà del cristiano», e non solo della «libertà della Chiesa»: «Le mie fonti personali sono, relativamente al Vaticano II, le mie esperienze e i miei ricordi, le mie agende e le mie corrispondenze, gli atti del Concilio e le pubblicazioni da me personalmente curate, infine la rassegna stampa riguardante la mia persona, raccolta in più volumi – il tutto supportato da una memoria per fortuna ancora ben funzionante» (251).<br />[...]<br />Si inserisce in questa narrazione anche la storia della nuova rivista internazionale di teologia Concilium, il cui progetto si concretizza con il trio Rahner-Schillebeeckx-Küng già durante la prima sessione, dopo la votazione controversa sullo schema curiale sulle due fonti della rivelazione, ritirato per intervento diretto di Giovanni XXIII (21 nov. 1962). Il primo numero della rivista uscirà nel gennaio 1965: «Così, propiziata dal Concilio, si costruisce una rete internazionale di teologia che racchiude una gran parte dei nomi di maggior spicco delle varie discipline» (453).<br />[...]<br />L’ultimo capitolo di questo primo volume delle Memorie si intitola: «Ritorno all’antica illibertà?», e continua la narrazione delle tensioni delle ultime due sessioni del Concilio, per presentare un bilancio dei 16 documenti conciliari: «Eppure, nonostante tutto, ora mi sembra importante che non ci si limiti a deplorare le incontestabili oscurità, i compromessi, le omissioni, le unilateralità, i passi indietro e gli errori [...]. Occorre piuttosto, con una speranza che guarda avanti, considerarli come compito per il futuro e cercare di superarli nello spirito del Concilio, che non ha voluto chiudere nessuna porta. [...] Insomma: a partire dal Vaticano II è andata a chiudersi per la chiesa cattolica l’età della Controriforma restauratrice del Medioevo, della difensiva, della polemica e della conquista – e questo nonostante tutte le resistenze annidate proprio nel centro romano. Una nuova epoca, piena di speranza, è cominciata<br />per lei: un’età del rinnovamento costruttivo in tutti gli ambiti della vita ecclesiale, dell’incontro comprensivo e della collaborazione con la restante cristianità, con gli ebrei, le altre religioni e con il mondo moderno in genere» (513).<br />Il libro è ricco di molti altri spunti: il colloquio dell’autore con Paolo VI, alla ricerca di giovani intelligenze da mettere al servizio della chiesa; il rapporto, fin qui amichevole, con l’altro teen-ager dei teologi conciliari, Joseph Ratzinger, che il decano della facoltà Küng chiamò a Tubinga, dove arrivò nel semestre estivo 1966; e molte altre pagine ancora, che si dovrebbero citare.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-63598935840072033182008-05-24T16:16:00.000+02:002008-05-24T16:17:28.585+02:00Il rassicurante prodigio delle reliquie dei santiPuò spiegare tante cose, nel complesso panorama della fede cristiana, rendersi conto che il culto delle reliquie è quasi andato di pari passo alla liturgia sacramentale, vale a dire l’eucarestia, il battesimo, la penitenza. Almeno all’inizio della storia del cristianesimo. In alcuni periodi storici, tutto questo è stato addirittura soppiantato dal culto dei santi e delle reliquie. Basti pensare, oggi, a come, in alcune chiese, alcuni altari dedicati a qualche santo o alla Madonna, attirino l’attenzione, e le relative offerte, dei devoti, molto di più dell’altare occupato dal tabernacolo.<br />Scandalizzarci in maniera snob o cercare di capire chi siamo noi cristiani? Tornare alle nostre origini può aiutare a capire, ad accettarsi e a migliorarsi.<br />Siamo nel IV secolo. Mentre il battesimo e l’eucarestia andavano definendosi per quello che sono ancora oggi, il culto dei martiri, dei santi e delle reliquie già coinvolgeva masse di persone in maniera anche spettacolare. Non dimentichiamo che il cristianesimo va ad innestarsi su vecchie religioni, cosiddette pagane, che curavano l’aspetto magico e ancestrale dell’esistenza umana. Molta eredità pagana vive ancora oggi nell’espressione della fede cristiana. La stessa festa di Natale, almeno per noi occidentali (dato che per gli orientali corrisponde alla manifestazione di Cristo, il 6 gennaio), porta in sé la scelta della data della festa pagana del dio Sole. E il fatto di possedere delle reliquie, in un certo senso magiche, offriva ai singoli e alle comunità la possibilità di non sentirsi abbandonati da divinità protettrici.<br />La devozione popolare si scatenò intorno alla carica magica del culto delle reliquie, in particolare dei martiri, vale a dire dei testimoni della fede cristiana. Non si tirò indietro la chiesa più ufficiale dei vescovi, nelle nascenti comunità cristiane, e neppure si tirarono indietro gli intellettuali, come Ambrogio o Agostino, per spiegare in maniera dotta e convincente il ruolo di intercessori dei santi.<br />I luoghi dove i santi venivano sepolti diventavano centro del culto, la città di Roma divenne in questo modo la città santa dove erano morti per testimoniare la loro fede e dove erano stati sepolti niente di meno che gli apostoli. A partire dal V secolo i corpi dei martiri cominciarono ad essere traslati in edifici più centrali, dove i fedeli potevano accorrere in massa.<br />Che cosa ci aspettava dal martire? Miracoli, ovviamente, e di natura spirituale e di natura più terrena. L’intercessore presso Dio tendeva poi a diventare il patrono della comunità.<br />Il passo dal culto dei martiri e dei santi a quello delle reliquie è molto breve. Sant’Agostino, di fronte a questo progredire del culto, prova a ricordare che non al santo si sacrifica, ma solo a Dio. Le spoglie dei martiri però erano state oggetto di culto fin dall’inizio, le cose non sarebbero cambiate. Anzi, i resti dei martiri divennero oggetto di commercio: riesumati dai sepolcri originari, venivano trasportati in nuovi e più efficaci centri di culto. Come se non bastasse, per fare fronte alle crescenti richieste, le reliquie vennero frazionate e finirono per acquistare valore di reliquia anche i materiali che erano stati a contatto con il corpo del santo.<br />Il culto delle reliquie preoccupò non solo la chiesa ufficiale, che nel IV secolo era ancora informe, ma anche il potere civile, vale a dire il potere imperiale: un edittto di Teodosio del 386 sancisce l’inamovibilità dei corpi dei martiri e ne vieta il commercio; un concilio cartaginese del 401 (i concili erano allora convocati dal potere civile, pur essendo consessi di vescovi) condanna l’inarrestabile proliferare dei ritrovamenti di reliquie dal potere magico. Ormai però la ricerca delle reliquie era sempre più febbrile. E sappiamo quale importanza abbiano ancora oggi nelle comunità cristiane. Quelle stesse comunità cristiane che, tra IV e V secolo, fecero di tutto per non restare prive di un santo protettore di cui custodire le sante reliquie.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-4020055005637025782008-05-17T17:51:00.001+02:002008-05-17T17:53:16.646+02:00Fede e potere, umano e divino, fascino e tormentoPoca storia del cristianesimo, e in questo caso della Chiesa, è così controversa, eppure nel quarto secolo ci configuriamo già come cristiani del XXI secolo. Con tutte le nostre contraddizioni, che vedono mescolate verità di fede e potere.<br />Il personaggio di riferimento del tempo è l’imperatore Costantino. L’impero romano si sta disgregando, la sua preoccupazione primaria è conservare il potere, sicuramente non è personal-mente immune da una dimensione religiosa, ma non sapremo mai se sia fede cristiana quella che ha abbracciato o una qualche forma di sincretismo. Del resto, non possiamo condannarlo, allora il cristianesimo era prima di tutto un’esperienza di vita di comunità, la dottrina stava ancora prendendo corpo. E avrebbe continuato a prendere corpo nel corso dei secoli, ma questa è una realtà che abbiamo capito veramente solo nel XX secolo, quando alla tradizione si è dato un significato di tradizione sempre viva. E non più di una dottrina cristallizzata nel tempo e nello spazio, in cui credere ciecamente.<br />Torniamo al quarto secolo, alla nostra storia di cristiani.<br />Al di là di che cosa avesse in cuore Costantino, la sua grande intuizione politica fu quella di portare sullo stesso piano paganesimo e cristianesimo. Per farlo, il suo interlocutore di fiducia fu la Chiesa ufficiale. E quale modo migliore per legarsi alla Chiesa ufficiale se non quello di farsi arbitro delle grandi questioni telogiche che animavano le prime Chiese e di risolvere i problemi più pratici dei cristiani. Non c’è, nella nostra storia, solo il Concilio di Nicea, che lo stesso Costantino convoca e dirige. Concilio a cui dobbiamo sostanzialmente niente di meno che il nostro Credo.<br />Costantino si occupa anche di affari apparentemente di meno conto: offre ai funzionari pubblici l’opportunità di non essere più scomunicati, è sufficiente che non compiano espliciti atti di culto pagano; dota la basilica costantiniana, che sorge dove oggi c’è San Giovanni in Laterano, di un notevole patrimonio, beni, donazioni, rendite; e la sua generosità beneficia un po’ tutta la Chiesa di Roma, che comunque continua a guardare da lontano l’immensa ricchez-za dell’aristocrazia romana di allora. Che cosa ne faceva la Chiesa di tutte queste ricchezze generosamente elargite dall’imperatore? Inizialmente, papi, vescovi e clero non erano liberi di disporne a loro piacimento. Solo alla fine del quinto secolo, viene definita la ripartizione di queste ricchezze della chiesa di Roma: una parte è del pontefice, un’altra del clero, una dei poveri e la quarta va per gli edifici di culto.<br />Pare certo che l’assistenza ai poveri fosse già una costante nella chiesa di Roma ai tempi di Costantino: è lui che esenta i ministri di culto dalle tasse, purché si prendano in carico l’assistenza ai poveri.<br />La Chiesa comincia a diventare un’organizzazione con tanto di dirigenti, i vescovi. Certo, che parliamo di personaggi colti e con un certo carisma, Ambrogio e Agostino in Occidente, tanto per citare alcuni nomi, Atanasio, Basilio, Gregorio di Nissa e di Nazianzo, Giovanni Crisostomo in Oriente.<br />Il cambiamento sociale che ci interessa in questi secoli è che la Chiesa, come organizzazione, comincia a fare concorrenza all’Impero. Non sapremo mai quanto Costantino fosse cristiano o un misto di fede e interesse politico, sapientemente mescolati con un po’ di superstizione pagana, ma di sicuro contribuisce a configurare per la Chiesa la sua realtà umano-divina, che ci affascina e ci tormenta ancora oggi.<br />Non abbiamo parlato della tanto controversa donazione che Costantino avrebbe fatto a papa Silvestro, considerata la nascita del potere temporale della Chiesa. Ci basta ricordare quanto esclama Dante, quando nell’Inferno si trova a tu per tu con i simoniaci:<br /><span style="font-style: italic;">“Ahi Costantin, di quanto mal fu matre,</span><br /><span style="font-style: italic;">non la tua conversion, ma quella dote</span><br /><span style="font-style: italic;">che da te prese il primo ricco Patre!”.</span>Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-25508202912461561732008-05-10T16:42:00.002+02:002008-05-10T16:45:03.611+02:00La Chiesa non può più tacere di fronte alla camorraCASERTA - (Di Raffaele Nogaro vescovo di Caserta) La camorra, in Campania, impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro. Procura le dimissioni di ogni imprenditoria intelligente e produttiva.Una politica che crei progetti, stabilisca obiettivi, dia la spinta alla soluzione dei problemi è impensabile. E le dirigenze di ogni tipo confondono facilmente il bene comune con l’interesse privato. Il degrado, il sottosviluppo e la disoccupa-zione fanno sì che l’emigrazione dei giovani volenterosi sia enorme. I talenti migliori salgono al Nord, privando le nostre terre di quella propulsività, fatta di promozione e di progresso. Ritengo che, in particolare nel Meridione, la Chiesa deve esercitare la sua forza istitutrice di etica e di civiltà. Purtroppo, l’esempio fulgido di un don Peppe Diana, che viene ucciso dopo quel documento salutare: “Per amore del mio popolo non tacerò“, rimane ancora controllato e isolato. Le gerarchie ecclesiastiche sono molto preoccupate di difendersi dai nemici “ideologici”: massoni, comunisti, laicisti di ogni genere, e sottovalutano l’inquinamento morale e civile causato dai poteri illegali. I camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente i promotori delle iniziative della ritualità religiose e della collettività. Proteggono un certo ordine stabilito, e quindi vengono corteggiati dalle istituzioni. E per un falso amore di pace, la Chiesa tace. La Chiesa non è mai autoreferenziale. E’ eminentemente servizio del Popolo di Dio. E deve anteporre i bisogni della gente alla propria affermazione. Ora, se si mettono da parte le possibili, contrastanti valutazioni personali, un dato si impone comunque nella sua oggettività: la storia della Campania, come la sua cronaca contemporanea, non si spiega senza tenere nel debito conto l’influenza della Chiesa. Si osserva quindi che le espressioni religiose, soprattutto quelle enfatiche, e la camorra non sono due fenomeni indipendenti. Fortunatamente non si arriva mai alla complicità. Non si può tuttavia rimanere in disparte, scaricando la realtà criminale alla competenza dello Stato. L’esercizio del potere nel mondo della camorra si prefigge l’infiltrazione nelle istituzioni per gestirle in maniera privatistica e clientelare. E se la camorra diventa mentalità di popolo, il messaggio d’amore di Cristo non può avere vita. Per comin-ciare, nelle parrocchie si devono superare supporti che possono configurarsi come camorristi: gli atteggiamenti autoritari, la violenza di un potere costituito, la precettistica morale imposta come inquisizione delle coscienze, la mancanza di democrazia nella gestione comunitaria, gli accordi unidirezionali che producono i gruppi fra loro conflittuali.La Chiesa, è di tutti, ed è essenziale che si mantenga libera dal potere politico e di casta, e lasci trasparire lo stile di un servizio incondizionato all’uomo, “senza preferenza di persone” o di categorie sociali<br /><br />(Raffaele Nogaro+) . (Inviato dalla vicepresidente dell’ Azione Cattolica diocesi Caserta Lucia Villano). Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-64983113777351931742008-04-26T19:22:00.000+02:002008-04-26T19:23:12.451+02:00Padre Pio e la nostra ItaliaL’Italia che eravamo e l’Italia che siamo. C’è poco da snobbare il fenomeno padre Pio. Conviene capirlo: per tentare di capire chi siamo stati, che strada abbiamo percorso dal dopoguerra ad oggi e chi cerchiamo di essere ad oggi.<br />Domande che si pone lo storico Sergio Luzzatto nel libro pubblicato da Einaudi, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento.<br />Facile avventarsi contro spudorate forme di devozione che si spingono fino ad adorare un cadavere, pur di respirare ancora l’aria di miracoli che padre Pio, all’inizio del Novecento, ha fatto respirare a persone di ogni classe sociale e culturale, a vescovi e politici, compreso un futuro Papa, come a masse di persone anonime.<br />Eppure, se ancora oggi il frate da Pietralcina attira intorno a sé centinaia di migliaia di persone, ha ragione Luzzatto nel dire che ricostruire la storia di padre Pio equivale a studiare, attraverso un gioco di specchi, un po’ tutta la storia della nostra vita religiosa nel mezzo secolo che separa la Grande Guerra dal Concilio Vaticano II.<br />Di gioco di specchi davvero si tratta. Se padre Gemelli fa di tutto per dimostrare scientificamente le nevrosi di padre Pio, ci sono anche le analisi, da parte dei servizi di pubblica sicurezza, che mettono a fuoco un aspetto forse non troppo centrale: la natura profetica e apocalittica della predica-zione di padre Pio si sarebbe opposta all’attaccamento alle cose terrene da parte del Vaticano e del Pontefice di Roma; di fronte a questo atteggiamento, non ci sarebbe dunque da stupirsi, per alcuni funzionari pubblici, se il Sant’Uffizio cercasse di ostacolare il ministero di un santo considerato, in questa prospettiva, pericoloso. Quel Sant’Uffizio che si era rimesso appunto nelle mani di padre Gemelli.<br />La vicenda di padre Pio e dei suoi devoti attraversa in pieno anche il fascismo, vi si intrecciano persino avventure industriali molto poco limpide<br />Come snobbare tutto questo? Non è la nostra Italia anche questa folla di gente, su cui i mezzi di informazione punteranno i riflettori almeno per un anno intero, e che si assiepa al santuario di Monterotondo per venerare un cadavere?<br />I santi servono a compiere i miracoli e anche padre Pio non sfugge a questo mandato. Fare la storia dei suoi miracoli non deve però essere per forza una storia che mira a dimostrarne la verità o la falsità. E di queste storie, agiografiche o al contrario accusatorie, non mancano di certo. Questi miracoli vanno inseriti in un contesto storico, indipendentemente dal fatto che siano veri o meno. Un contesto storico fatto di amici e di nemici del santo, che però nulla dicono sulla veridicità o sulla falsità del messaggio evangelico. Essendo un’icona popolare, la vicenda di padre Pio ha invece molto da dire sulla storia dei cristiani del ventesimo secolo. E, a quanto pare, anche dei cristiani contemporanei. Senza bisogno di doverlo snobbare, perché, appunto, la piccola storia di padre Pio ha incrociato la grande storia d’Italia e la storia della pietà nella storia del cristianesimo.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-54093957044161796852008-04-05T16:32:00.002+02:002008-04-05T16:34:50.433+02:00Davvero il perfetto cristiano non critica?[...] Giovanni XXIII è stato soltanto un lampo di luce posato per sbaglio là dove ci deve essere solo il buio. Il santo buio agghiacciante delle curie come lo vuole Dio, dove i forti si santificano con le croci e i deboli riescono a non dannarsi cioè a santificarsi con gli errori! [...]<br />(I care ancora)<br /><br />[...] Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi sacramenti e senza il suo inse-gnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione, anche, se sarà necessario, di inginocchiarci davanti a Gedda caudillo d’Italia, me ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. Non il giornale della Fiat. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo. [...]<br />(Lettere di don Lorenzo Milano priore di Barbiana)<br /><br />[...] Rovistiamo dunque negli errori di casa nostra solo quel tanto che basta per contribuire anche noi senza falsa umiltà all’educazione e istruzione dei nostri confratelli e superiori compresi i Vescovi e il Papa (che hanno bisogno come tutti e forse più di tutti). Ma dopo aver ottenuto questi due scopi basta, non ne parliamo più, ci si può far sopra anche una risata divertita. Se prendiamo il volto tragico della catastrofe vuol dire che non crediamo in Dio e nella Provvidenza, vuol dire che non siamo in grazia di Dio. [...]<br />(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)<br /><br />[...] La via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. [...]<br />(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)<br /><br />[...] Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.<br />(Lettere a una professoressa)<br /><br />[...] La vostra libertà è di scegliere entro i limiti delle poche possibilità che vi danno, cioè di ballare un twist o un madison, ma non di ballare o pensare; non di ballare o regnare ed essere padroni del vostro voto, del vostro pensiero; non di ballare oppure di vincere discussioni; non di ballare o convincere le persone con cui parlate. [...]<br />(Don Milani, la ricreazione è finita)<br /><br />[...] E Gesù stesso ha molto più vissuto che parlato. E molto più insegnato col nascere in una stalla e col morire su una croce che col parlare di povertà e di sacrificio. [...]<br />(Esperienze pastorali)<br /><br />[...] Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e di disperazione. Io ci vivo e ci parlo e ci scrivo con la più assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi poco perché gli voglio bene. E capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!!! [...]<br />(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)<br /><br />[Citazioni da: Don Milani. Ideario. 230 voci, Stampa alternativa, 2007, 10,00 euro]Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-38438166425206519782008-03-29T17:42:00.001+01:002008-03-29T17:42:46.671+01:00“Pretacci": l’altra chiesa, quella scomodaA chi di noi verrebbe in mente di definire il vescovo Bregantini il Van Basten della cristianità, senza rischiare di scivolare nel ridicolo? Eppure, se a farlo è Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello sport, ci rendiamo conto che ci ha appena aperto una nuova chiave di lettura della realtà.<br />Per scrivere il suo ultimo libro, lui che è uno dei rari giornalisti sportivi a conoscere tutti i segreti della lingua italiana e a saperli far fruttare, Cannavò si è messo a viaggiare per l’Italia, con i ritmi dei mezzi pubblici italiani, spingendosi fin nella Locride. E’ qui che incontra Bregantini, il vescovo che ha guidato la lotta contro la ‘ndrangheta, l’incontro che più lo ha appassionato. Ma non è questo l’unico pretaccio che incontra e ci racconta Cannavò.<br />A firmare la prefazione del libro di Cannavò, “Pretacci”, pubblicato da Rizzoli, è Gian Antonio Stella: “Quello di Candido Cannavò è un reportage dentro ‘l’altra’ Chiesa. (…) È un lungo viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perché ‘il Vangelo è combattimento, è sfida agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle convenienze’. Alla paura. Preti come monsignor Giancarlo Bregantini, che nel ruolo di vescovo di Locri è stato il faro di quanti si battono contro la ’ndrangheta. Come don Gino Rigoldi, il cappellano del ‘Beccaria’ che da tanti anni cerca di aiutare ragazzi venuti su un po’ storti. Come padre Mario Golesano, che è andato nel quartiere di Brancaccio a cercare di riempire il vuoto lasciato da don Pino Puglisi, ammazzato da un sicario al quale regalò il suo ultimo sorriso. E don Andrea Gallo, ‘gran cardinale della Basilica del Marciapiede’, convinto come Fabrizio De André che ‘dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori’ e dunque deciso a portare il Vangelo tra i peccatori. Fino a don Oreste Benzi, che se n’è andato per un infarto nel novembre 2007 dopo avere speso tutte le sue notti a offrire una via d’uscita a migliaia di ‘Maddalene’ che si vendevano nelle strade. Preti spesso scomodi. ‘Pretacci’” Come il capostipite al quale un po’ tutti dicono di richiamarsi: don Lorenzo Milani. Il parroco di Barbiana che incitava i pastori di anime a non aver timore di “star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E che per aver scritto cose ustionanti come ‘Lettera a una professoressa’ o ‘L’obbedienza non è più una virtù”, fu bollato sbrigativamente come un ‘cattocomunista” nonostante la sua polemica con la sinistra e il Pci fosse frontale”.<br />E’ un’”altra” chiesa, quella che ci racconta Cannavò con la sua straordinaria “penna”, lui che per anni ha raccontato l’umanità degli sportivi, una chiesa in cui i campioni della fede non sono per forza le figure più istituzionali. Una chiesa che sa esprimere anche queste esperienze di fede, di cui Cannavò ricostruisce genesi, società e chiesa in cui si sviluppano e protagonisti. Uomini di fede che si confrontano con la propria coscienza e con la realtà che li circonda e non si tirano indietro di fronte alle loro responsabilità, puntando a quello che più conta.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-52404139552896414222008-03-22T15:44:00.002+01:002008-03-22T15:46:57.570+01:00Pietro Scoppola, un cattolico a modo suoL’esperienza di fede non sfugge alla logica del cambiamento. Una banalità? O piuttosto una affermazione con risvolti di non poco conto, sia a livello individuale sia nella dimensione collettiva?<br />E’ un’osservazione che accompagna l’ultimo scritto autobiografico di Pietro Scoppola, docente di storia contemporanea ed esperto in storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, morto di recente. Il libricino è pubblicato da Morcelliana, con il titolo scelto dallo stesso Scoppola, "Un cattolico a modo suo", da una espressione utilizzata da Paolo VI, quando nel 1975 fu il Papa in persona a volere che Scoppola restasse nel comitato promotore per il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, con queste parole: Scoppola è un cattolico un po’ a modo suo, ma è bene che rimanga. Era il 1975, l’anno precedente forti erano state le tensioni per il referendum sul divorzio. E le posizioni di Scoppola, sulla necessità di un pluralismo e sul fatto che fosse inaccettabile imporre un modello di matrimonio così alto come quello della tradizione cattolica, non erano piaciute a buona parte del mondo cattolico italiano, quello che contava.<br />Questo breve scritto autobiografico è un interessante percorso alla ricerca dell’autenticità di un cristianesimo incarnato, che Scoppola affronta negli ultimi mesi di vita, ma le stesse domande e le stesse riflessioni possiamo porcele a qualunque tappa dello stesso percorso di incarnazione del cristianesimo che, a seconda delle differenti condizioni di vita, ci si trova a vivere.<br />Con molta chiarezza, lo storico si pone le questioni che sono stati centrali nella sua scelta di fede. Con una premessa assai interessante: “Penso che la garanzia della fedeltà della Chiesa alla sua missione sia affidata molto più alla vita di fede dei suoi fedeli, dei suoi testimoni, dei suoi santi (proclamati o no: poco conta!) che alla custodia di una dottrina”. Premessa che, come fa notare lo stesso Scoppola, fa eco all’apertura dell’enciclica “Deus charitas est” di papa Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.<br />Con la sensibilità dello storico, prendiamo atto delle questioni importanti della scelta di fede. Il Dio della Bibbia non è un’astrazione filosofica definita una volta per tutte, ma è un Dio vivente di cui un popolo prende coscienza dentro una storia piena di conflitti e di contraddizioni.<br />E perché scandalizzarsi del non credere? Gli spazi del credere e del non credere sono gli spazi comuni a tutti gli uomini pensanti: sono gli spazi comuni della condizione umana del resto ben presenti nella Bibbia.<br />E poi c’è quella semplice e grande realtà, che libera da tutte le angosce per una metafisica razio-nalmente irrangiungibile: la nostra fede è fondata sulla fede degli apostoli. Non si crede da soli, si crede dentro una comunità credente e orante.<br />Tutto quasi lampante, forse per le nostre ultime generazioni nate dopo il Concilio Vaticano II. Non per quella di Scoppola e di tanti che nella Chiesa hanno vissuto in pieno il Novecento, un secolo in cui la logica del cambiamento è stata stravolgente nella Chiesa cattolica. Il credere di Scoppola, espresso in questi termini, si poneva allora su un terreno diverso e metteva a fuoco il rischio di una scelta di fede, razionale e allo stesso tempo coraggiosa, mentre si sbandieravano le incontrover-tibili prove dell’esistenza di Dio. Ecco che tutte le certezze, dalle prove razionali dell’esistenza di Dio all’esistenza storica della divinità di Cristo fino alla Chiesa, indefettibile, perché voluta da Cristo, non potevano più sorreggere il ponte di una fede incrollabile.<br />Nasce una nuova consapevolezza, fondamentale a livello personale e a livello di comunità credente e orante: “Non un ponte o un più solido viadotto per superare di un balzo le asperità del cammino e i mille ciottoli di un terreno impervio, ma la partecipazione all’esperienza umana di un popolo credente diventava il punto di appoggio e la garanzia della mia fede”.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-60708645158370293572008-03-15T19:14:00.000+01:002008-03-15T19:15:35.313+01:00Desideri pericolosiAbbandonare una mentalità colonizzata da classificazioni chiare, condanne morali e identità singole, per riuscire a parlare di omosessualità al plurale, “le omosessualità.<br />E’ quanto prova a fare la rivista di teologia “Concilium”, pubblicata dalla Queriniana, una rivista di teologia che a partire dal Concilio Vaticano II in avanti, vale a dire dalla metà degli anni Sessanta, è diventato un interessante laboratorio di idee, in cui confluiscono punti di vista di docenti da tutto il mondo, senza dimenticare Afriche e America latina.<br />L’argomento, per la morale cattolica, è scottante, considerate le prese di posizione ufficiali del ca-techismo della chiesa cattolica, che presentano gli omosessuali come una minoranza, nei confronti nei quali i “normali” devono comportarsi in modo accogliente. Quando va bene.<br />La domanda di fondo della monografia di “Concilium” è molto semplice: come far saltare questo modo di pensare? Come superare i confini e far saltare le classificazioni delle identità?<br />Lo studio si apre con un excursus storico, molto molto semplificato, sui discorsi storici in merito all’omosessualità. Arti e letterature di tutte le epoche descrivono relazioni sessuali e di amicizia, avventure e storie d’amore, tra persone dello stesso sesso. Nella Bibbia ebraica Davide piange Gionata, il cui amore per lui “era prezioso più che l’amore di donna”. Nell’antichità, gli esempi si sprecano. Curiosa anche la ricostruzione di tutto l’universo di significati intorno alla parola sodomia, che sempre dalla Bibbia arriva.<br />Impossibile però applicare a queste storie il concetto di una omosessualità determinata da una predisposizione costitutiva dell’identità, se non altro perché il concetto appartiene all’età moderna.<br />Così come è moderna una classificazione da cui, da entrambe le parti, non si riesce ad uscire: la dicotomia tra omosessuali ed eterosessuali. Ha senso dividere il mondo in bianco e nero, in pecore e capri?<br />La teologia può spingersi a stravolgere modi di pensare sclerotizzati e concetti artificiali che arrivano a identificare il lato “buono” della dicotomia e il lato “cattivo”, come se schemi bipolari dei sessi fossero sufficienti a imprigionare la complessa realtà umana.<br />Un altro punto caldo, affrontato nel numero monografico della rivista, è quello della legge naturale. E’ proprio necessario fissare la natura in termini statici? Anche in questo caso il cristianesimo può essere capace di inserire i meccanismi di procreazione, il desiderio sessuale in un progetto di amore più grande, sapendo leggere la propria storia lungo i secoli.<br />Dopo aver percorso l’Africa e l’America latina, lo studio monografico si chiude con una toccante lettera ad un giovane cattolico gay, firmata da un prete cattolico, teologo, inglese.<br />Una lettera toccante, perché invita a guardare sotto la maschera e a vivere la propria storia, consapevoli che non è facile essere un cattolico dichiaratamente gay.<br />Difficile come continuare a credere in un progetto, quando chi dovrebbe stare dalla tua parte, in realtà ti disprezza: “Il fatto stesso che, in mezzo a tutte queste voci odiose e nonostante esse, tu possa aver sentito la voce del Pastore che ti chiamava a essere parte del suo gregge è già un miracolo molto più grande di quanto tu non pensassi, e ti prepara a un’opera molto più meticolosa e delicata di quanto queste voci possano immaginare”.<br />Andrà per le lunghe: non si fa troppe illusioni il teologo inglese, che firma con nome e cognome la sua lunga lettera, così come gli aveva fatto notare, da giovane, un suo formatore, pure storico. La sfida resta comunque quella di continuare a costruire la chiesa cattolica, anche se la percezione è quella di vivere in un territorio nemico.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-65863866773637249762008-03-08T21:18:00.001+01:002008-03-08T21:21:36.571+01:00Riscoprire il gusto di amare la chiesa. In un cammino di riconciliazione.Ci accostiamo a don Michele Do da neofiti, sono tantissime le persone che lo hanno conosciuto a Saint Jacques, in Valle d’Aosta, e che hanno fatto con lui un pezzo di strada della loro vita.<br />Le edizioni Qiqajon, del monastero di Bose, hanno pubblicato alcuni suoi brevi scritti in un volumetto intitolato “Amare la chiesa”. A volerne la pubblicazione è stato lo stesso Enzo Bianchi, priore, e ormai conosciuto opinionista, legato a don Michele da un’amicizia di lunga data. E’ lui a firmarne la prefazione.<br />Questi brevi scritti ripercorrono un cammino di riconciliazione con la chiesa, vissuto con un senso di ricerca continua.<br />Ci ritroviamo così, verso la conclusione dei suoi brevi scritti, a incrociare una realtà di sacerdozio in cui ci rispecchiamo più volentieri.<br />Scrive don Do: “<span style="font-style: italic;">L’essenziale del sacerdozio non è nel potere di amministrare e distribuire sa-cramenti, ma nel diventare sacramento. L’essenziale è nel rendere presente Dio e le realtà sante e assolute del Regno, non attraverso un automatismo magico, ma attraverso la luminosità dell’essere trasfigurato. </span><br /><span style="font-style: italic;">Se così è, dovrebbe essere capovolta la prospettiva consueta del sacerdozio: non è il sacerdozio universale dei battezzati che è all’interno del sacerdozio ministeriale, ma è il sacerdozio ministeriale che è all’interno del sacerdozio universale, da cui trae la sua linfa e le sue motivazioni profonde.</span><br /><span style="font-style: italic;">Non è il sacerdozio ministeriale la radice del sacerdozio dei fedeli, ma è il sacerdozio dei fedeli la radice del sacerdozio ministeriale. Non sono i fedeli i sacrestani dei presbiteri,sono i presbiteri che sono i sacrestani, cioè i ministri dei fedeli.</span> [...]<br /><span style="font-style: italic;">C’è un’illimitata varietà di servizi che è affidata alla libera creatività dell’amore, nella fedeltà all’unico Spirito. ‘A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito, in vista dell’utilità comune’ (cfr 1Cor 12,7)</span>”.<br />Al centro della sua riflessione, tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento. Parole che ci fanno andare sempre oltre, verso orizzonti sempre aperti, nella libertà dello Spirito che è in perenne divenire. E così l’uomo, così la chiesa e il posto che questa ha nel cuore dell’uomo come realtà.<br />Ma quale chiesa è nel cuore dell’uomo? Don Do prova a descriverla anche così all’inizio di uno di questi suoi scritti pubblicati da Qiqajon: “<span style="font-style: italic;">La chiesa non è la scuola normale di Pisa; cosa sarebbe una chiesa di superuomini? ‘Chi avrebbe il coraggio di entrarvi?’ chiede Bernanos. Vi resteremmo davanti come un contadino, che si rigira il cappello tra le mani, davanti a una casa ricca. La chiesa deve avere questa povertà umana: ‘Una povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie’ (fra’ Silvestro con Guido Gozzano). Cristo costruisce la chiesa nelle cose e sulle cose. La chiesa allora è l’impegno a far crescere le cose nella libertà e nella dignità, a dar grazia, cioè bellezza, alle cose. Ritrovare il senso di tutte le cose, non del proibito</span>”.<br />Il percorso che don Michele Do ci fa intuire in questi suoi brevi scritti è un percorso di ricerca one-sto, che percorre in prima persona, cercando di chiarire prima di tutto a se stesso gli interrogativi essenziali che si porta dentro su che cosa sia la chiesa per lui. Un cammino che si ripropone, appunto, attorno a queste tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-90990235456718098892008-03-07T17:09:00.001+01:002008-03-07T17:12:52.957+01:00Il Vangelo che libera dal timore dell’autoritàMartirio o assassinio politico. Comunque siano andate le cose, per la Chiesa romana resta un grande imbarazzo affrontare la morte del vescovo Oscar Romero in San Salvador, nel 1980 e decretarne in qualche modo la santità.<br />Si fosse trattato di uno dei tanti uomini di Chiesa che, spinti dalle ingiustizie perpretate a danno di quel popolo, hanno abbracciato la lotta armata come unica via di uscita, cadendo nel labirinto infinito della violenza che chiama violenza, se così fosse stato, appunto, non ci sarebbe stato nessun problema a indicarlo come esempio negativo per tutti. Ma così non è stato.<br />Oscar Romero era un vescovo che continuamente richiamava i preti che si lasciavano trascinare nella spirale di violenza e che continuamente si rifaceva al messaggio evangelico. Senza per questo piegarsi ai più forti e schierarsi con quella parte di gerarchia ecclesiastica che non amava opporsi ai potenti del paese.<br />Oscar Romero, però, è stato un vescovo che si è lasciato interrogare dalla morte di quei suoi preti che si opponevano alle logiche di regime e di oppressione con la sola forza della parola e dell’amore concreto per i poveri del paese. Morti violente, spesso passate sotto silenzio dai governi e dalle comunità locali e dalla stessa chiesa.<br />E’ impressionante scoprire in Oscar Romero un uomo del tutto conservatore, che si trova respinto dalla Chiesa di Roma, in quanto additato dai vescovi sudamericani più accreditati in Vaticano e vicini a figure non per niente limpide nei paesi del centro e del sud America. Vescovi che conquistano autorità presso la Santa Sede sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, terrorizzato da tutto ciò che può rappresentare il comunismo nel mondo.<br />Paolo VI, infatti, aveva mostrato il suo sostegno al vescovo Romero. Ma con Giovanni Paolo II è diverso: nel centro America, tutti i movimenti che si oppongono ai regimi e alla violenza vengono marchiati di comunismo e così anche i preti che concentrano le proprie energie su quella parte del messaggio evangelico che a sua volta si concentra sui poveri. Tanto più che alcuni preti e alcuni cattolici scivolano sulla lotta armata, offrendo una giustificazione ufficiale perché la chiesa abbandoni chi crede nella liberazione di quel popolo.<br />La libertà interiore di questo vescovo, in un San Salvador insanguinato, si spinge al punto da reagire di fronte a tutta quella violenza, su cui tacciono anche i governi dei paesi democratici. Non ha paura di “udire il grido del suo popolo” e di continuare a leggere il vangelo alla luce dei segni dei tempi che si concretizzano nella storia del suo popolo.<br />Manca meno di un anno al suo assassinio, quando Romero chiede pubblicamente giustizia alle autorità del paese, con molta probabilità corresponsabili di quegli omicidi per i quali il vescovo chiede giustizia. E chiude una sua omelia con queste parole: “Accanto al sangue di insegnanti, operai, contadini, possiamo offrire il sangue dei nostri preti. Questa è la comunione dell’amore. Sarebbe triste che in una patria in cui si sta assassinando tanto orribilmente non ci fossero tra le vittime anche dei sacerdoti. Essi sono la testimonianza di una Chiesa incarnata nei problemi del popolo”.<br />Ma i vescovi, tranne qualcuno che non è molto ascoltato dalle gerarchie, non sono con lui.<br />Negli ultimi mesi della sua vita, Romero non ha paura di nessuno (e dire che quando era diventato vescovo era molto ossequioso nei confronti di qualunque autorità), nonostante il silenzio omertoso mondiale che pesa su questi paesi. Dirà ancora in un’altra omelia: “Esistono nel paese una pseudo-pace e un falso ordine basati sulla repressione e sulla paura... La violenza, l’assassinio, la tortura di cui tanti muoiono, il massacrare a colpi di machete e poi buttare in mare, il prendere a calci la gente, tutto questo è l’impero dell’inferno”. Così come sempre dalla cattedrale di San Salvador risuonano le sue sue grida: “Dove sono i desaparecidos?”.<br />Non si capisce quali notizie arrivino a Roma in quegli anni, fatto sta che Romero resta un uomo lasciato solo e dalla Conferenza episcopale e dal Vaticano, che tacciono di fronte alle violenze di questi regimi. Eppure anche in questo Romero ha qualcosa da insegnare, fino alla fine cerca di costruire rapporti e con il Papa e con i vescovi. Ma i suoi tentativi cadono nel vuoto, con grande sofferenza da parte sua.<br />Che sia stato martirio o assassinio politico, questo riguarda cavilli che solo i burocrati possono permettersi.<br />Se la decisione sulla sua canonizzazione spettasse alle migliaia di persone che si sono viste sostenute da lui e dalla Chiesa che rappresentava, mentre tutta la società sembrava essere contro di loro, forse il dubbio apparentemente amletico sarebbe facilmente sciolto: che sia stato martirio o assassionio politico, Romero è stato un uomo che ha vissuto il vangelo fino a farsene trasformare e a trasformare le persone che vivevano con lui, in un percorso di libertà, che nulla ha a che fare con la teologia della liberazione, tanto temuta (a ragione?) dalle gerarchie ecclesiastiche.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-86380227262205344962008-03-05T16:37:00.001+01:002008-03-06T23:10:04.078+01:00Fede cristiana e cultura: sappiamo chi siamo?Fede cristiana e cultura sono da sempre un binomio inscindibile. Peccato che la Chiesa, nella sua lunga, lunghissima storia, lo abbia dimenticato - e lo dimentichi ancora - troppo spesso.<br />La fede cristiana non ha nulla a che fare con le statistiche che assicurano le gerarchie sulla consistenza del popolo cristiano nella società umana, così come ha poco a che fare con inspiegabili devozioni che tengono le persone legate a fenomeni che in ogni caso hanno a che fare con autentica esperienza religiosa, non necessariamente cristiana.<br />Fin dalla predicazione del suo fondatore - parliamo di Gesù Cristo - la fede cristiana è stata caratterizzata dalla necessità di spiegare, capire, e allo stesso tempo, vivere quello in cui crediamo. Così come è sempre stato importante avere coscienza della storia a cui apparteniamo, vale a dire della nostra tradizione cristiana.<br />La realtà di una tradizione cristiana è stata riportata in auge dal Concilio Vaticano II, ma già nei primi secoli della nostra storia i padri della chiesa occidentali ne ribadivano l’importanza: in fondo, è quella prima testimonianza, quella prima esperienza delle comunità cristiane, riattualizzata nei secoli, che ci garantisce su quello che crediamo. Certo, tutta la riflessione dei padri della chiesa orientali, sulla ricerca di uno stretto legame tra ragione e fede, ci ha aiutati a crescere nel corso dei secoli. Ma è sempre stata la testimonianza il carattere fondamentale della fede cristiana.<br />Di questo “deposito” iniziale si fanno garanti, fin dalle origini del cristianesimo, in modo particolare, i vescovi della comunità cristiana. Un ruolo importante, che nulla ha a che fare con qualsiasi forma di potere nel sistema “chiesa”.<br />Di questo ruolo pare avere coscienza, certamente supportato dai potenti, e non comuni, mezzi di comunicazione della diocesi di Milano, il cardinale Tettamanzi. Siamo arrivati al punto che l’opinione pubblica si stupisce se un cardinale decide di fare quello che deve fare. E così, se intitola la sua ultima lettera “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione”; e se apre un dialogo con queste persone, troppo spesso, nelle situazioni concrete delle parrocchie, escluse in tante piccole situazioni dalla vita della comunità; e se esprime il suo dispiacere qualora queste persone abbiano trovato sul proprio cammino uomini e donne della comunità cristiana che le abbiano ferite; e se scrive di interrogarsi sul perché capiti che il legame del matrimonio si spezzi, ponendosi una lunga serie di domande, invece che imporre una lunga serie di affermazioni e di certezze; e se quasi supplica queste persone di partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, anche se non possono accostarsi alla comunione, citando l’ultima enciclica del Papa, che in fondo dice le stesse cose, solo con un tono un po’ più impertinente; e se si prolunga sulla necessità che le comunità cristiane vivano con segni profetici l’amore e la misericordia di Dio. Insomma, se il cardinale Tettamanzi scrive tutto questo, finisce che ci stupiamo tutti. Eppure non fa altro che spiegarci e vivere lui per primo la fede cristiana. Perché ci stupiamo? Forse perché non è più questo l’atteggiamento generalizzato tra chi ha canali per fare sentire la propria voce, nelle comunità cristiane?<br />Ed è tra lo stupore generale che il cardinale Tettamanzi ha trovato il modo più attuale per fare rivivere il binomio fede cristiana e cultura: è su You Tube, una delle migliori espressioni dei vantaggi della globalizzazione, che possiamo guardare e ascoltare non solo le sue catechesi quaresimali, ma anche le sue risposte alle domande che gli arrivano sul sito internet della diocesi di Milano - il migliore in Italia e di questo non ci stupiamo di certo. Le catechesi di quest’anno sono sul battesimo e si tengono di volta in volta in battisteri antichi della diocesi: il linguaggio di Tettamanzi non ha nulla a che fare con il linguaggio mediatico vuoto stile marketing, che caratterizza molta della comunicazione su Internet; è il linguaggio di un vescovo di settant’anni, che veste talare e zuccotto da cardinale, tutti simboli di una storia di una chiesa che arriva da lontano; eppure i contenuti, che arrivano chiaramente da lontano, come il linguaggio utilizzato dal vescovo, sono estremamente attualizzati: Tettamanzi fa in modo che conosciamo la nostra storia di cristiani, ci racconta di quando Ambrogio ha battezzato Agostino e del significato dei simboli del battesimo e della storia del sacramento. Insomma, ci rende consapevoli di quello che siamo e di quello in cui crediamo. Così come, nei video in cui risponde alle domande che gli arrivano sul sito, mette al centro delle sue risposte la conoscenza della nostra fede e, soprattutto, l’amore di Dio.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.comtag:blogger.com,1999:blog-4521581665772464786.post-3516496693525625892008-03-02T11:11:00.001+01:002008-03-06T23:10:42.313+01:00Cristiani del Medioevo: cristiani più liberi rispetto alla nostra epoca globalizzata?Quanto le ideologie siano pericolose, da qualunque fonte siano sgorgate, che sia filosofica o politica o anche religiosa, si capisce godendosi la lettura di un libretto dello storico Jacques Le Goff, che Laterza ha pubblicato in edizione economica, “ Il cielo sceso in terra. Le radici medievali dell’Europa”. Al di là delle infinite e vuote discussioni sulle origini cristiane o meno dell’Europa, come se la cosa fosse così rilevante, Le Goff attraversa a volo d’aquila i lunghi secoli del medioevo, lasciandoci intendere quali rivoluzioni culturali e mentali siano state vissute in quegli anni. Certo, il cristianesimo non poteva restarne fuori.<br />Anzi, parliamo di cristianesimo e di chiesa, ché le due realtà vanno da sempre a braccetto, che la cosa ci piaccia o no.<br />All’inizio del medioevo succede un fatto curioso, il matrimonio, che fino ad allora era stato considerato un affare civile, diventa una questione gestita dalla chiesa. Questo porta dei vantaggi, come il tentativo di limitare i matrimoni tra consanguinei o come l’impossibilità di ripudiare la moglie (posssibilità fino ad allora a senso unico) in quanto indissolubile, però sono anche gli anni in cui il matrimonio diventa un sacramento e quindi può essere gestito solo dai preti. Nuova realtà di matrimonio che conviveva con l’amor cortese (la storia umana è straordinariamente ricca di contraddizioni), in cui il vero signore era la donna amata e il cavaliere era il suo servo. Certo, parliamo di un amore idealizzato e cantato, nella realtà la poligamia dei signori e la schiavitù della donna resterà a lungo una realtà.<br />E’ tipica del medioevo la libertà di pensiero, almeno tra gli intellettuali. Certo, parliamo di una società fortemente analfabetizzata. Con il nascere e lo svilupparsi delle università, la storia del cristianesimo conosce tempi d’oro, con veri e propri dibattiti (oggi impensabili senza anatemi reciproci e senza richiami continui, almeno da parte delle gerarchie, ad una dottrina assoluta nel tempo e nello spazio) sulle questioni essenziali della fede cristiana.<br />Paradossalmente, tra XII e XIII secolo, è il dubbio, non ancora come metodo, ad essere posto alla base della ricerca della verità. Quella che la chiesa chiama “scolastica”, riferendosi, successivamente negli ultimi secoli, a questo sistema di pensiero come ad una verità indiscutibile, in realtà era nel medioevo il sapere che nasceva nelle università: attraverso le domande (quodlibetales) che gli studenti ponevano ai maestri e le quaestio, poste su argomenti predeterminati, a cui seguivano le disputationes. Già nell’XI secolo, la dialettica era, per S.Anselmo, il metodo fondamentale per la riflessione sulle idee.<br />Dialettica che oggi pare scomparsa dall’orizzonte del vissuto cristiano.<br />Di S. Tommaso, fondatore di questo pensiero che tentò di equilibrare ragione e fede, di mettere d’accordo Dio e uomo, libero arbitrio e grazia, e che venne chiamato “scolastica”, perché si sviluppò nelle università, Le Goff scrive: “Fu un professore alla moda, che attirava ed entusiasmava gli studenti, oltre che un pensatore ardito che suscitò l’ostilità di molti colleghi e di alcuni influenti prelati. E’ il prototipo dell’intellettuale europeo, seducente e contestato, che illuminava e al tempo stesso turbava gli ambienti intellettuali e religiosi”.<br />E dire che fu proprio in nome della dottrina di S. Tommaso che molti teologi, tra XIX e XX secolo, persero il posto di docenti e il diritto ad esprimere il loro pensiero sull’esperienza di fede cristiana. Perché anche in questo Tommaso fu maestro - anche se Le Goff non lo dice - e cioè nel riportare sempre la teologia all’esperienza cristiana, in una ricerca continua di Dio e dell’ uomo.<br />Davvero curiosa è la storia del cristianesimo.Filotea libreria cattolica editricehttp://www.blogger.com/profile/11186046180241671817noreply@blogger.com