"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)

venerdì 6 marzo 2009

A che punto è la svolta ultra conservatrice della Chiesa cattolica?

“Mons. Marcel Lefebvre, arcivescovo-vescovo emerito di Tulle, avendo - nonostante l’ammonizione formale del 17 giugno scorso e i ripetuti interventi perché desistesse dal suo intento - compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del sommo pontefice, è incorso nella pena prevista dal can. 1364 § 1 e dal can. 1382 del Codice di diritto canonico. Dichiaro a tutti gli effetti giuridici che sia il suddetto Marcel Lefebvre sia Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla fede apostolica. [...] Si ammoniscono i sacerdoti e i fedeli a non volere aderire allo scisma di mons. Lefebvre, perché incorrerebbero ipso facto nella gravissima pena della scomunica”.
Tutto è cominciato così, il primo luglio 1988, con la scomunica decretata dalla Congregazione per i vescovi. Il 30 giugno dello stesso anno, mons. Lefebvre aveva ordinato i quattro vescovi in una celebrazione pubblica, sotto i riflettori dei mezzi di informazione di tutto il mondo.
Lefebvre non faceva altro che continuare ad appartenere a quella Chiesa che fino a poco tempo prima lanciava censure e scomuniche a chi tentava di riflettere su un modello di Tradizione più dinamico e liberante, così come già i padri della Chiesa l’avevano pensata. Ma era fuori tempo, la Chiesa per fortuna era cambiata da molto prima del concilio Vaticano II e ora, il 2 luglio 1988, nel Motu proprio Ecclesia Dei, Giovanni Paolo II poteva affermare che “la radice di questo atto scismatico è individuabile in un’incompleta e contradditoria nozione di Tradizione. Incompleta perché non tiene sufficientemente conto del carattere vivo della Tradizione, ‘che - come ha insegnato chiaramente il Concilio Vaticano II - trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo: infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali meditano in cuor loro, sia con la profonda intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma certo di verità”.
Ci son voluti secoli perché un vescovo di Roma esprimesse in questi termini la realtà della Tradizione viva nella Chiesa e ora Lefebvre voleva fare marcia indietro? E no!
La revoca della scomunica da parte del Papa e della Congregazione per i vescovi, lo scorso 21 gennaio, proprio in coincidenza con la giornata della memoria (Lefebvre non ha mai accettato il nuovo rapporto tra ebrei e cristiani nato dal Vaticano II) e la diffusione delle tesi negazioniste sostenute dal vescovo Williamson hanno creato un gran polverone intorno alla questione.
Per fortuna, pochi giorni dopo il fattaccio, lo scorso 4 febbraio, una Nota della Segreteria di Stato ha chiarito alcuni elementi fondamentali, che chiariscono come il Papa e i vescovi non abbiano ancora abbracciato del tutto una linea ultra conservatrice: “Lo scioglimento della scomunica ha liberato i quattro vescovi da una pena canonica gravissima, ma non ha cambiato la situazione giuridica della Fraternità San Pio X, che, al momento attuale, non gode di alcun riconoscimento canonico nella Chiesa cattolica. Anche i quattro vescovi, benché siano sciolti dalla scomunica, non hanno una funzione canonica nella Chiesa e non esercitano lecitamente un ministero in essa”.
E un po’ in ritardo per i tempi dei mezzi di informazione e dell’opinione pubblica, che ormai sono puntati giorno e notte sul Vaticano, la Nota ammette: “Per un futuro riconoscimento della Fraternità San Pio X è condizione indispensabile il pieno riconoscimento del concilio Vaticano II e del magistero dei papi Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e dello stesso Benedetto XVI.
Aggiungendo: “Le posizioni di mons. Williamson sulla Shoah sono assolutamente inaccettabili e fermamente rifiutate dal santo padre”.
Insomma, l’intento della revoca della scomunica, che doveva coincidere con la fine della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, è andata ad infilarsi in un vero e proprio ginepraio. Tra l’altro, nessuno si è chiesto che fine fanno i tanti fedeli che regolarmente partecipano alle celebrazioni della Fraternità. Probabilmente saranno salvati in corner dalla riforma liturgica voluta da questo stesso papa, che ha riabilitato un antico, e non più valido, rito della messa.
Due riti per due chiese parallele? Ma il rito non è esperienza viva di Dio? O è solo un qualcosa di magico per evocare la divinità? Possono coesistere due riti sostanzialmente diversi? Insomma, la questione è sempre più pasticciata. E la riforma liturgica voluta da papa Benedetto XVI ha aperto questioni molto più importanti della revoca di questa scomunica. Questioni però troppo complesse per restare sotto i riflettori dei mezzi di informazione, che si limitano a dare in pasto all’opinione pubblica titoli ad effetto e pochi contenuti. Per fortuna, la storia scorre e, in essa, la storia dei cristiani.