"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)

sabato 28 febbraio 2009

La Chiesa popolo di Dio: fantascienza o realtà?

Nei primi secoli, era la Chiesa locale, o lo stesso vescovo locale, che sceglieva il proprio successore. Era allora impensabile che Roma interferisse, poi la prassi prese un’altra piega.
Eppure, nel romanzo di Luigi Sandri, giornalista dell’Ansa, succede che a San Paolo e a Brasilia, dopo un’ampia consultazione nelle rispettive diocesi, siano nominati arcivescovi persone proposte dai consigli pastorali locali.
Sembra sempre più inutile ingarbugliarsi in sterili polemiche sulla democrazia nella Chiesa, sulla chiesa laica popolo di Dio, sulla ricchezza della fantasia dello Spirito Santo, sulla continua novità evangelica nella tradizione della Chiesa. Un romanzo, in questo momento, può essere capace di parlare molto più schiettamente, e in modo molto più ironico, di qualunque articolo di giornale o presa di posizione. Il libro, pubblicato da Gabrielli editori, si intitola Cronache dal futuro. Zeffirino II e il dramma della sua Chiesa.
Dal futuro, perché il libro è ambientato nel XXII secolo, perché racconta di una Chiesa che si trova a vivere un dramma, tanto inaspettato, quanto alla fine liberatorio, almeno per la Chiesa popolo di Dio, se non per le alte gerarchie vaticane, che fini-scono solo per logorarsi in dispendiosi conflitti interni: il papa, Zeffirino II, amante di sortite segrete per raggiungere le più vicine piste da sci, resta vittima di un incidente automobilistico, cade in coma irreversibile e ci resterà per tredici anni.
Nulla è cambiato nella Chiesa del XXII secolo, rispetto al XXI appena iniziato, così come il potere dei mezzi di informazione non è certo migliorato nella sua influenza non sempre positiva sulla realtà. E, se la portavoce del Papa è incredibilmente una donna, si tratta pur sempre di una potente donna dell’Opus Dei. Nulla cambia, nella sostanza. Prima di Zeffirino II, nella Chiesa resta vivo il dibattito sul popolo di Dio, sulla necessità che il vescovo di Roma abbandoni i segni del potere della sovranità mondana; ci si confronta ancora sul Concilio Vaticano II, mettendolo ancora in discussione, si prospetta anche un Concilio generale, e non solo ecumenico, della Chiesa cattolica romana, a cui partecipino anche le altre Chiese cristiane; si costituisce un Sinodo del Popolo di Dio.
Eppure, quando il Papa entra in coma irreversibile, la Chiesa va in crisi, o meglio vanno in crisi le alte gerarchie, il popolo di Dio va avanti benissimo. I vescovi muoiono e non c’è nessun Papa che li possa nominare, così si torna alle antiche consuetidini della Chiesa cattolica, l’elezione dei vescovi.
Ora cosa accadrà? si chiedono i cardinali, quando ormai è chiaro che Zeffirino non si risveglierà. E’ un arcivescovo latino americano, di origini italiane e africane, che risponde agli altri cardinali, raggiungendo quasi la metà dei consensi: “Adesso spetta a tutti noi cardinali, a tutti noi vescovi, ma anche a ciascun cattolico, uomo o donna, di assumersi le proprie responsabilità e di vivere con maggior intensità possibile nello Spirito dell’Evangelo, implorando senza sosta lo Spirito Santo che ci illumini; ma facendo anche, ognuno e ognuna di noi, la propria parte. Vivremo tempi difficili ma, io spero, anche promettenti, ricchi di frutti spirituali e di rinnovamento pastorale”.

Karl Barth: la fede in un Dio totalmente Altro, umano

Come teologi, ignorare L’Epistola ai Romani di Karl Barth e Il Sacro di Rudolf Otto significherebbe essere vissuti invano”: non è il caso di irrigidirsi su impietosi giudizi da docenti di teologia tedeschi, ma conoscere gli interrogativi che i teologi si sono posti nel corso della storia del cristianesimo è quanto meno tentare di prendere sul serio, e affrontare con senso critico, i propri interrogativi.
L’Epistola ai Romani
Curiosamente, L’Epistola ai Romani di Barth, che è comparsa in Italia solo dopo il 1962, vale a dire più di quarant’anni dopo la prima edizione tedesca, è attualmente disponibile nelle edizioni Feltrinelli. Si tratta di un testo che, in un’ottica protestante del rapporto tra Dio e uomo, attualizza il messaggio di Paolo: Dio è il totalmente Altro. Il vangelo che Paolo vuole annunciare nel grande emporio spirituale e religioso di Roma non è un messaggio religioso, per informare i romani della divinità del Cristo, è la buona notizia di Dio, che viene accolto nella fede. E’ un miracolo, un salto nel vuoto, anche perché la fede è intesa in senso protestante: è la fedeltà di Dio, da Dio all’uomo.
L’opera fondamentale di Barth è la Dogmatica ecclesiale (quattordici tomi), a cui comincia a lavorare dopo aver rielaborato il Proslogion di s. Anselmo (esiste una edizione tascabile della Bur): la Dogmatica di Barth, del 1931, Anselmo d’Aosta. Fides quaerens intellectum, è disponibile in italiano nelle edizioni Morcelliana.
Umano e divino in rapporto
Nella sua Dogmatica ecclesiale, Barth sostiene che i nostri concetti non sono capaci di accogliere e di esprimere la realtà di Dio, ma vengono messi in grado di farlo solo in forza della grazia della rivelazione: solo la Parola rivelata da Dio, che è il Cristo autorizza a parlare di Dio e indica come se ne deve parlare.
Questo non esclude L’umanità di Dio, come affermerà in una conferenza del 1956: “Un po’ del linguaggio non religioso della strada, dei giornali, della letteratura e, se capita, anche un po’ di linguaggio filosofico può dunque essere opportuno nel nostro discorso”.
Nel rapporto tra umano e divino si finisce sempre per salvaguardare uno dei due aspetti a discapito dell’altro. La teologia protestante del secolo precedente a Barth aveva scavato a fondo, come mai era stato fatto, nella storicità del Cristo, arrivando a svuotarne la divinità. E’ a questo punto che diventa importante conoscere la vita di Barth, per capire la sua esigenza di sacrificare il contingente (nello specifico, l’esperienza di due guerre mondiali e del nazismo) pur di salvaguardare l’assoluto nel cristianesimo.
Barth e il nazismo
Karl Barth (1886-1968) vive l’esperienza delle due guerre mondiali e i conflitti sociali del suo tempo. Negli anni che precedono la prima guerra mondiale, nella comunità evangelica svizzera, da aiuto predicatore, si impegna nel sindacato socialista. Il futuro “compagno parroco”, che nel 1915 aderirà ai socialdemocratici svizzeri, nel 1914 assiste con grande delusione all’adesione da parte di molti dei suoi maestri di teologia (aveva studiato a Berlino, a Tubinga e a Marburgo) al manifesto di 93 intellettuali tedeschi, che appoggiavano la politica bellica dell’imperatore e del cancelliere.
Con la fine degli anni Venti, Barth diventa anche cittadino tedesco e nel 1930 va ad insegnare a Bonn. In Germania, il nazionalsocialismo avrebbe portato all’esperienza del nazismo; nel 1933 Hitler sale al potere. Nel 1934, si tiene il primo sinodo confessante della Chiesa evangelica tedesca, dove viene redatta una Dichiarazione teologica, che si apre con queste parole: “Gesù Cristo, così come egli ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica Parola di Dio, che noi dobbiamo ascoltare, nel quale nella vita e nella morte dobbiamo confidare e al quale dobbiamo obbedire”. Costretto a deporre il giuramento di fedeltà al Führer, Barth volle che si aggiungesse alla formula le parole “nella misura in cui io posso rispondere come cristiano evangelico”. Fu sospeso dall’insegnamento in Germania e fu subito chiamato, come professore ordinario, a Basilea, dove resterà per il resto della sua vita, a parte ancora due parentesi tedeschi alla fine degli anni Quaranta. In Svizzera riprese il suo impegno sociale, in un’opera assistenziale per eruditi tedeschi in difficoltà e a favore degli emigranti.
In una interessante collana della Morcelliana sui teologi contemporanei, Novecento teologico, è stato pubblicato un piccolo volume monografico, Karl Barth, di Sergio Rostagno, per conoscere il pensiero, la vita e leggere anche alcuni suoi scritti.