[Tratto da Michel Théron, Piccola enciclopedia delle eresie cristiane, Il melangolo, 2006, 20,00 euro]
Discepoli di Jan Hus, teologo boemo, rettore dell’università di Praga, nato nel 1373, condannato per eresia al concilio di Costanza del 1414, poi consegnato al braccio secolare e arso vivo nel 1415. Il suo discepolo, Geronimo di Praga, fece la stessa fine. Gli hussiti raccolsero il loro messaggio, come se avessero voluto vendicarli
Le idee di Jan Hus, ispirate a quelle dell’inglese Wycliffe, annunciano e prefigurano lo spirito della Riforma Egli riconosceva la Bibbia come unica fonte di autorità, denunciando il divario esistente tra l’insegnamento delle Scritture e i costumi del clero del suo tempo: traffico di indulgenze, rapacità, simonia, ecc.. Auspicava inoltre un ritorno alla povertà evangelica, e le sue idee in proposito si avvicinavano a quelle dei valdesi. Non sappiamo se fu la sua critica dei dogmi o il suo elogio della povertà a infastidire di più.
Assai popolare, egli contribuì in ogni caso a minare il credito dato all’Istituzione, in quanto negava l’autorità a chi non ne era degno. Come dice Brecht nella sua Vita di Galileo, la fiducia si perde se si esige troppo da essa. L’autorità secondo Hus andava meritata, ed era screditata dalla condizione peccaminosa in cui poteva trovarsi colui che la reclamava per sé. Al superiore indegno non era pertanto dovuta alcuna obbedienza. La Chiesa, invece, pratica la massima latina abusus non tollit usum (l’abuso non impedisce l’uso). Il fatto che vi siano abusi di autorità non deve screditare l’autorità stessa, che è trascendente rispetto agli uomini - e, nel caso in questione, fondata su Dio, teocratica.
Quando si tratta della sottomissione dovuta all’autorità, troviamo spesso nel corso della storia l’opposizione tra ciò che è legale e ciò che è legittimo: la rivolta contro l’autorità (legale) può essere legittima.
Lo stesso Gesù può incarnare con il suo esempio la rivolta del legittimo contro il legale del suo tempo. La sua critica dell’ipocrisia formalista, critica che smaschera la differenza tra le parole e gli atti, può essere di esempio contro ogni forma di sottomissione incondizionata all’autorità: “Perché mi chiamate Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?” (Lc 6,46). E’ davvero strano che si sia potuto difendere l’autorità in nome di colui che non fece altro, nel corso di tutto il suo insegnamento, che metterla in discussione, rivendicando ad esempio la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si esige dagli altri.
Hus difendeva proprio la libertà di coscienza, il suo diritto a rimettere in discussione un’autorità stabilita. Perché allora bruciarlo? Egli metteva in crisi l’unanimismo, quel consenso cui le società hanno - o credono di avere - bisogno.
Si era presentato fiducioso di fronte al concilio di Costanza, con un salvacondotto dell’imperatore Sigismondo, il quale lo aveva avvertito che una promessa fatta a un eretico non ha valore.
Ben si comprende il rancore, anzi il furore, dei discepoli postumi di Hus. La Boemia fu allora devastata da una guerra civile spietata: calinisti, piccardi, taboriti agli ordini di Zizka, misero il paese a ferro e fuoco. Come spesso accadrà, gli interessi politici e sociali (l’instaurazione di una forma di comunismo) acquisteranno sempre maggiore importanza rispetto agli interessi dogmatici (la difesa del libero pensiero).
Gli attuali discendenti degli antichi hussiti costituiscono una chiesa particolare, detta dei fratelli moravi.
"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)
sabato 21 febbraio 2009
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