Enzo Bianchi riprende la sua “chiaccherata”, uscita già per le edizioni Einaudi nella stessa collana “Le vele”, sulla differenza cristiana. Questa volta il titolo va oltre, appunto, la differenza cristiana, e allarga gli orizzonti: Per un’etica condivisa.
La sua prospettiva è quella del cristianesimo delle origini, non del cristianesimo istituzionalizzato e permeato di quanto più esiste di mondano, come il potere. Bianchi parla di cristiani immersi nella storia degli uomini. Quello che è stupefacente del priore di Bose è che dice cose rivoluzionarie in contesti assolutamente ortodossi e questo fa sì che condividano le sue idee cristiani di differenti aree culturali: da quelli più snob, rivoluzionari più perché fa tendenza che per convinzione, a quelli più pragmatici ma che hanno il gusto del dibattito a volte fine a se stesso, a quelli che sono cristiani tout court senza tanti fronzoli. Insomma, un po’ tutto il variegato panorama del cristianesimo.
Nella attuale “compagnia degli uomini”, la presenza del cristiano è complicata: viviamo in una società “caratterizzata da relazioni fragili, conflittuali e di tipo consumistico. La “differenza cristiana” starebbe proprio nella qualità delle relazioni, “divenendo quella comunità alternativa che esprima, a favore di tutti gli uomini, la possibilità di relazioni gratuite, forti e durature, cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco”. Una differenza che “chiede oggi alla chiesa di saper dare forma visibile e vivibile a comunità plasmate dal vangelo: nella costruzione di una vera communitas il cristianesimo mostra la propria eloquenza e il proprio vigore, e dà un contributo peculiare alla società civile in cerca di progetti e idee per l’edificazione di una città veramente a misura d’uomo”.
Tre gli appelli che Bianchi rivolge ai cristiani, invitandoli a vivere tre realtà: il primato della fede, la riserva escatologica e l’arte della comunicazione. Per il primo, recupera un modo di pensare protestante, che costò la censura a non pochi cattolici: “riaffermare il primato della fede in Gesù Cristo, come pure dell’esistenza cristiana, significa preservare il cristianesimo da ogni caduta o riduzione a religione”. Per riserva escatologica, intende non limitare la vita all’orizzonte mondano, impresa non da poco. Vuol dire non cedere alle tentazioni del successo mondano, al numero delle folle che riempiono strade e piazze, a “quella logica perversa che identifica il vivere con il realizzare attività e attività di successo a prescindere dalla loro finalità e dalla loro reale incisività”. Si tratterebbe di una sorta di “relativismo cristiano”, che legge cioè tutte le cose in relazione alla dimensione escatologica, al momento nel quale la storia sarà palesemente giudicata e appariranno le opere degli uomini nel loro autentico valore.
Solo il primato della fede e la dimensione escatologica sono in grado di agire da antidoto “al mortifero ossimoro del possesso della verità e solo questa prospettiva apre alla comunicazione e al dialogo: secondo lo stile della sinodalità a livello intraecclesiale e quello del dialogo con gli uomini nella storia.
Le strade da percorrere? Da vero monaco, Bianchi indica la conoscenza delle Scritture, come conoscenza di Gesù Cristo, che ispira la vita dei credenti, e l’ascolto dell’umanità di oggi: “Sul tenere insieme il vangelo e l’uomo, la fede e la dimensione antropologica si gioca il futuro della fede cristiana”.
"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)
sabato 4 aprile 2009
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