"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)

venerdì 6 febbraio 2009

Nessuno resti solo nel dolore: lettera alle famiglie nella prova

E’ stupefacente come un vescovo abbia potuto scrivere una lettera alle famiglie così commovente e così calata nella realtà: senza sentenziare predicozzi, senza risvegliare inutili sensi di colpa, senza voler insegnare ad essere famiglia cristiana dalla torre d’avorio in cui troppo spesso vive un successore degli apostoli.
La lettera in questione è scritta dal cardinale di Milano, Dionigi Tettamanzi, che alla famiglia, anima del mondo, dedica da anni il suo programma pastorale.
Il titolo non poteva che essere il verso di un salmo, una preghiera intima e vera, tra l’uomo e Dio: Eppure tu vedi l’affanno e il dolore. Lettera alle famiglie nella prova. E lo si capisce solo quando si arriva fino in fondo all’ultima parola della lettera, dopo averla letta tutto d’un fiato e magari pure con lacrime agli occhi in certi passaggi. Non perché chi scrive si lasci andare a vuoti sentimentalismi, ma perché tocca la verità più profonda dell’esistenza umana, cioè il dolore dell’essere umano e la solidarietà nel dolore. Una delle ricchezze più grandi della famiglia.
Sono tre le situazioni in cui la lettera accompagna a calarsi: quella di una mamma malata, quella di una nonna malata e quella di un figlio con grave handicap e la perdita, per malattia, del papà del bambino.
La bellezza della lettera sta anche nel fatto che Tettamanzi quasi scompare, lasciando parlare il dolore vivo delle persone, che insegna il valore unico e prezioso dell’amore in famiglia.
Per una mamma malata, c’è il dolore dei figli adolescenti, del marito, delle rispettive famiglie, un dolore che rischia di spingere tutti a chiudersi in se stessi, nel vicolo cieco della propria solitudine. Eppure non manca la consapevolezza di sentirsi privilegiati proprio per l’amore che circola tra le persone della famiglia.
C’è la vita di una nonna, che è stata una donna forte, intelligente e piena di vita, ora ridotta a farsi guidare come una bambina. Dietro le parole della lettera, prendono forma quasi fisica le tribolazioni e le fatiche di chi sceglie di stare a fianco di questa donna. Non solo per dovere, ma per riconoscenza. E’ qui un bel passaggio sulla visione proposta della famiglia: “Quando incoraggio la famiglia a vivere il suo compito di diventare anima del mondo, penso con particolare attenzione a quel modo di essere famiglia che nel quotidiano esercizio di volersi bene in realtà offre ospitalità a Dio stesso”.
In chiusura, la lettera non ha paura di guardare in faccia uno dei dolori più grandi in famiglia, quello per la malattia dei figli. Un figlio che nasce malato. C’è l’ammissione della mamma di aver pregato che Dio se lo riprendesse non appena nato, c’è il pianto silenzioso e nascosto del padre, tutto atrocemente vero. E c’è il coraggio, privilegio per pochi, di cominciare a imparare ad amare da chi non sa fare altro. Tutto questo costa fatica, ma sempre torna la testimonianza di quanto sia importante non lasciare le persone sole nel dolore, rendersi disponibili e concreti, senza accontentarsi delle istituzioni a cui affidare i problemi assistenziali: non distoglie dal dolore, dalle preoccupazioni per il presente e per il futuro, ma, realisticamente, allevia l’angoscia.
La lettera si chiude con l’ammirazione e la gratitudine, da parte di chi ha messo mano a scrivere la lettera, per le tante storie di luce e di speranza, pur nella fatica del dolore.

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