"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)

sabato 14 febbraio 2009

Vescovo un po’ laico e un po’ mistico: Luigi Bettazzi si racconta in un’autobiografia

Si avvicinavano gli anni Cinquanta e “cominciò a sgretolarsi il mio clericalismo”. Il vescovo Luigi Bettazzi si racconta in un libro che è stato pubblicato dalle edizioni Aliberti, In dialogo con i lontani, Memorie e riflessioni di un vescovo un po’ laico.
Con lui ripercorriamo la storia della chiesa italiana lungo tutto il secolo XX: figlio di un ingegnere, a dieci anni in seminario, ingannato anche lui, come tanti, dalla propaganda del regime fascista, per il quale comunque non provò mai nessuna simpatia particolare; studente di teologia a Roma sotto le bombe, insegnante di filosofia al seminario di Bologna.
E’ qui, a Bologna, che - all’inizio degli anni Cinquanta - arriva l’arcivescovo Giacomo Lercaro, che gli assegna l’assistenza della Fuci, gli universitari cattolici. E’ con Lercaro e con la Fuci che fa l’esperienza per cui, “se è vero che il cristianesimo è la pienezza dell’umanesimo, ogni atteggiamento cattolico deve poter essere colto come un atteggiamento pienamente umano”. Gli inizi degli anni Sessanta lo vedono impegnato nell’assistenza generale dell’Azione cattolica diocesana, sono anni in cui i cattolici sono in prima linea nell’impegno sociale e politico. Nel 1963 è già vescovo ausiliare di Lercaro, con cui partecipa al Concilio Vaticano II, dove Lercaro è uno dei vescovi protagonisti del dibattito conciliare sulla riforma della liturgia, sulla chiesa dei poveri, sulla collegialità dei vescovi, tanto per citare alcuni temi. Per chi ama immergersi nell’atmosfera del Vaticano II, un vero e proprio ginepraio ancora a quarant’anni di distanza, e del post-Concilio nelle realtà locali, le riflessioni e i ricordi di chi ci si è potuto immergere aiutano a capire molte cose.
Gli anni Settanta lo sorprendono già vescovo di Ivrea. Bettazzi racconta come ha cercato faticosamente di calarsi nella realtà, così diversa da quella che aveva vissuto fino ad allora. La realtà più evidente erano le grosse fabbriche sparse sul territorio, l’Olivetti prima di tutte. Fu sui licenziamenti all’Olivetti e alla Lancia, che il vescovo intervenne apertamente.
Quando è già a Ivrea, nel 1968, viene chiamato a presiedere un movimento di giovani per la pace, Pax Christi: il suo racconto spazia dall’esperienza in Vietnam alla Russia all’America centrale, quella di monsignor Romero e del suo assassinio nel 1980.
Gli anni Settanta sono gli anni bui dell’Italia delle stragi e del terrorismo, il presidente di Pax Christi, movimento per la non violenza, è osservatore privilegiato. Con grande pacatezza, Bettazzi racconta i suoi rapporti con il Partito comunista, lo scambio di lettere aperte con Berlinguer, che fece grande scalpore, l’intreccio con le scelte di Franzoni, abate di San Paolo fuori le mura, ridotto allo stato laicale per la sua dichiarata adesione al partito comunista.
Arriva il 1978, Moro viene rapito e qualche spiraglio di luce su quanto avvenne dietro le quinte, il tutto molto infangato dalla storia ufficiale, si apre nel racconto di Bettazzi, chiamato anche lui, tra i tanti esponenti di spicco del mondo cattolico, a trattare.
Nella seconda parte del suo libro, Bettazzi si lascia alle spalle il racconto autobiografico per concentrarsi su una riflessione che dovrebbe essere acquisita da tutti e che invece risulta ancora una rivoluzione copernicana del Vaticano II, come la chiama il vescovo: il fatto che laicità coincida con umanità e che, in una situazione di corresponsabilità di tutti i cristiani, non solo della gerarchia, sia possibile un’etica laica. Si tratta di una lunga riflessione, fondata su molti riferimenti biblici e anche un po’ mistica, per un vescovo che si autodefinisce “un po’ laico”. “Abbiamo ripetuto - scrive Bettazzi - che il creato e la storia, radicalmente soprannaturali in Cristo, devono riconoscere e realizzare un cammino di perfezione, che è soprannaturale ma che si esprime in termini ‘laici’. E’ un cammino di crescita di coscienza e maturità umana, e insieme di fraternità e di solidarietà. Esso è affidato a ogni uomo... ‘di buona volontà’, ed è compito del popolo di Dio, quindi espressamente dei fedeli laici, impegnarsi in questa crescita secondo mezzi laici”.

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