"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)

martedì 30 dicembre 2008

L'uomo storico è l'uomo che cammina ad occhi aperti

Sull’importanza della conoscenza storica si è riflettuto poco nel corso dei secoli del pensiero teologico, ci hanno riflettuto molto i padri della chiesa occidentali, forse paradossalmente i mistici e poi più nulla fino alla fine dell’Ottocento, sulla scia di secoli di riflessione all’interno del mondo protestante e sotto i riflettori di una censura piuttosto spietata da parte della gerarchia cattolica. Grazie all’interesse dei mezzi di informazione, sono oggi molte le occasioni di riflessione sulla conoscenza storica.
Con lo storico Henri-Irénée Marrou, siamo in Francia, in pieno XX secolo. Esperto di S.Agostino, pubblica nel 1954 un saggio importante, “La conoscenza storica”, che in Italia è pubblicato dall’editrice Il Mulino. Il testo contiene riflessioni molto utili per chi si pone domande calandosi nella storicità del cristianesimo.
Ad un certo punto della sua analisi della conoscenza storica, Marrou passa in rassegna i ruoli tipici attribuiti alla storia, conservando sullo sfondo lo stesso ritornello shakespeariano, “Vi sono più cose in cielo e in terra…”: dalla storia come repertorio di storie interessanti, vale a dire di temi narrativi universali; all’arricchimento dell’esperienza della vita dell’uomo, che accresce tramite la conoscenza storica la conoscenza della multiforme realtà dell’uomo; alla possibilità di aprirsi ad altri sistemi di pensiero; alla coscienza della complessità dei problemi; al valutare le ragioni dell’altro-da-noi senza lasciarsene soffocare, senza lasciarsi convincere dall’altro-da-noi.
L’uomo storico, secondo Marrou, è l’uomo divenuto cosciente, “che cammina ad occhi aperti, che non è una vittima, che non avanza come un animale da fatica, il capo chino sul solco, ma a testa alta contempla l’immenso orizzonte aperto a tutte le correnti dello spirito. Egli sa che niente è semplice, che il gioco non è ancora fatto e che vi sono molte eventualità capaci o meno di realizzarsi. Sceglie e giudica; non esalta la vittoria, poiché ne misura la precarietà, l’incertezza e i limiti; ma è anche l’uomo che non può eludere la disfatta e sa dire, quando niente più gli è possibile: No, non si deve cedere, bisogna soffrire con nobiltà e continuare a sperare”.

Esiste un insegnamento segreto di Gesù?

Certo ha il suo fascino convincersi che Gesù possa avere lasciato un insegnamento segreto, a cui possono aspirare solo un gruppo ristretto di persone, tra le quali aspirare ad essere presenti. Perché scandalizzarsi che questa aspirazione esista e dia spazio ad accattivanti fenomeni narrativi? Del resto, il problema si è posto fin dall’inizio della nostra storia cristiana, proprio per l’originalità del messaggio cristiano: morto l’ultimo apostolo, ci si allontanava dall’evento rivelazione e si trattava di capire in che cosa mai si sarebbe concretizzata quella promessa dello “Spirito di verità”.
E già: nelle Scritture non c’era tutto, cristallizzato una volta per tutte in una sorta di verità immobile per sempre, si trattava di mantenere viva la tradizione di una Chiesa vivente. Non sono bastati ancora duemila anni perché i cristiani si intendano sulla questione, questo fa capire quanto sia essenziale porsi delle domande al riguardo.
I primi cristiani dovettero affrontare ben presto il problema: esiste una tradizione che risale agli apostoli e che è rimasta segreta, che non è stata registrata negli scritti riconosciuti come canonici nella Bibbia? Qualcuno aveva tramandato delle parole di Gesù, che solo pochi avevano avuto la buona sorte di conoscere? Gli scrittori di romanzi di successo planetario nella nostra epoca non hanno inventato nulla. Nei primi secoli, l’idea di un insegnamento segreto di Gesù si fuse con la tradizione cristiana e con temi filosofici e mitologici della tarda antichità. Risultato: un fenomeno sincretistico, dalle sfumature molto variegate, che va sotto il nome di gnosticismo.
Si trattò di un fenomeno che trascinò in questa convinzione molte comunità cristiane e che impegnò i migliori ingegni del tempo, tra cui quelli che noi ricordiamo come Padri della chiesa. Risposte diverse arrivarono da Oriente e da Occidente del mondo cristiano della tarda antichità.
Da Oriente, da un mondo cioè abituato a risolvere i problemi filosofeggiando secondo il pensiero greco, arrivarono risposte differenti rispetto all’Occidente, al mondo latino, meno raffinato e più pragmatico, ma non per questo meno efficace.
Basilio, a Oriente, scrisse pagine bellissime sulla tradizione vivente della Chiesa, che esprime verità che non sono state scritte e che non per questo hanno meno valore; tradizione vivente che solo duemila anni dopo sarà chiarita nella chiesa cattolica dal Concilio Vaticano II, dopo una lunga storia di censure e di condanne per chi aveva osato pensare la fede cristiana come i Padri della chiesa.
A Occidente, Ireneo da Lione scrisse pagine altrettanto importanti nella nostra storia: gli apostoli tramandarono tutto il deposito di ciò che della verità era stato loro rivelato, non tenendo nulla per sé, una tradizione che venne affidata alle chiese.
Nel mondo cristiano, in alcune epoche, si è molto dibattuto sulle questioni essenziali della fede, un gusto che si sta perdendo proprio in questa epoca di globalizzazione, quando la comunicazione non ha più barriere.

Nuove prospettive per l'Humanae vitae?

E’ il luglio del 1968, solo pronunciare l’anno ci fa calare in tempi complicatissimi, è allora che viene pubblicata l’enciclica Humanae vitae. Prima di schierarsi, semplicisticamente, dalla parte di chi la vorrebbe vedere riscritta o dalla parte di chi la vorrebbe per sempre così, è necessario calarsi nell’atmosfera culturale del tempo.
Paolo VI è più solo che mai nella sua decisione di pubblicarla, dopo che una commissione apposita, composta da specialisti di medicina, biologia, sociologia, psicologia e teologia, vi aveva lavorato fin dal 1964. Convinto della validità dell’enciclica decise di pubblicarla solo nel 1968, quindi sottraendo il problema ai padri conciliari che fino al 1964 avevano partecipato a Roma all’evento Concilio Vaticano II.
Paolo VI, oltre a dover prendere in mano le redini di questo evento straordinario, si trovò fin dall’inizio tra due fuochi impietosi: i progressisti Giovanni XXIII e i tradizionalisti Pio XII.
Paolo VI tra due fuochi
Dalla fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta, Paolo VI si dovette scontrare su fronti opposti. Del 1967 è la fondazione della comunità dell’Isolotto di Firenze, quartiere popolare e operaio: don Enzo Mazzi (di cui è stato pubblicato di recente il libro “Cristianesimo ribelle”) si pone pubblicamente contro la gerarchia cattolica, rivendicando una chiesa di base, dei diseredati e dei deboli, e si trova davanti un Paolo VI durissimo, che lo sospende a divinis. Quanto succede non resta più all’interno delle mura della chiesa cattolica, ma finisce su tutti i giornali, diventa oggetto di dibattito nazionale. Non erano stati da meno i contrasti con don Giovanni Franzoni, il monaco benedettino che in quanto abate dell’abbazia di San Paolo fuori le mura era stato padre conciliare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II: le sue prese di posizione contro la proprietà privata, contro la guerra del Vietnam, a favore delle lotte operaie e a favore della legge sul divorzio, la sua dichiarazione pubblica che avrebbe votato per il Partito comunista e a favore della legalizzazione dell’aborto, gli costano la riduzione allo stato laicale da parte di Paolo VI. Non furono facili neppure i rapporti con il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino proprio dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta: padre Pellegrino non faceva altro che applicare le direttive nuove del Vaticano II alla sua pastorale, ma non fu capito dalla gerarchia vaticana, che temeva da lui risvolti rivoluzionari, che per altro non ci furono e forse non furono mai neppure pensati. Furono forse solo le gerarchie vaticane ad avere la meglio sulla profonda stima reciproca che comunque legava il cardinale al Papa.
Sull’altro fronte, Paolo VI fece di tutto per far rientrare nella Chiesa il vescovo Marcel Lefèbvre che, contro il Concilio, fondò la Fraternità sacerdotale san Pio X, continuando a ordinare sacerdoti, nonostante nel luglio 1976 fosse stato sospeso a divinis. Anche questo scontro all’interno della Chiesa ebbe una risonanza mondiale: un mese dopo la sua sospensione, Lefèbvre celebrò la messa “proibita” di fronte a diecimila fedeli e a qualche centinaio di giornalisti provenienti da tutto il mondo. Lefèbvre sarà molto pesante nei suoi giudizi nei confronti del Papa, che definirà, anche platealmente, modernista ed eretico.
Su Paolo VI, in occasione dei trent’anni dalla sua scomparsa, sono in circolazione pubblicazioni molto valide.
Una nuova prospettiva
Insomma, prima di sbandierare l’Humanae Vitae, che con fermezza definiva come unico della sessualità coniugale quello procreativo, come l’enciclica della pillola e di strumentalizzarla per scagliarsi contro una Chiesa che certo ha bisogno di un dibattito interno, ma non di “picconatori” a tempo perso, occorre valutare la complessità del momento storico e porsi nella prospettiva in cui si pone il cardinale Martini nel suo ultimo libro, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”: sono passati quarant’anni da allora, un periodo lungo quanto il passaggio di Israele nel deserto, e questo potrebbe consentirci una nuova visione rispetto a quella proposta dalla Humanae vitae.