Secoli a dibattere sui testi della Bibbia, per rendersi conto che parliamo di uno scritto che ci arriva come traduzione di traduzioni, sulle quali non c’è stato mai un accordo perfetto. Basti pensare che per l’ennesima traduzione in italiano, quella curata dalla Conferenza episcopale italiana, vale a dire quella che viene letta durante la messa, ci sono voluti anni di lavoro di un folto gruppo di esperti. Risultato: il testo della Bibbia che è arrivato da poco più di un mese nelle librerie di tutta Italia e le Bibbie, con tanto di apparato critico curato da varie scuole bibliche, che potranno comparire sugli scaffali delle librerie solo con il 2009.
Il primo conflitto, nella storia cristiana della Bibbia, fu quello tra l’originale ebraico e la traduzione dei Settanta, in greco. Quest’ultima assunse un valore particolare, per via dell’uso che ne faceva quello che sarà destinato a diventare il Nuovo Testamento, il quale citava di continuo gli scritti ebraici nella traduzione greca, appunto, dei Settanta. Settanta, dal numero di traduttori che, secondo la leggenda, sarebbero giunti, miracolosamente, tutti allo stesso risultato.
Il primo conflitto fu tra cristiani ed ebrei: i cristiani accettavano il canone greco e, per questo, riconoscevano dei testi non riconosciuti dagli ebrei; cristiani ed ebrei si ritrovarono ad avere un canone in buona parte in comune, ma in lingue diverse e un po’ differente. Gli ebrei, infatti, abbandonarono la traduzione dei Settanta, ormai considerata cristiana, e le preferirono traduzioni legate al giudaismo ellenistico.
Nell’antichità, anche tra i cristiani, mica tutti erano d’accordo sul da farsi, ci fu un celebre disaccordo in proposito: se da una parte ad Agostino stava bene la traduzione dei Settanta, anche per il legame che sentiva forte con l’utilizzo che se ne faceva nelle comunità cristiane, così come stava bene una scelta di testi molto più ampia rispetto all’originale ebraico; Girolamo, dall’altra, propugnava un legame con l’ebraismo contemporaneo e un ritorno al testo ebraico, del quale curò una traduzione diretta, saltando il filtro dei Settanta.
Anche l’ordine dei libri non era lo stesso. Ad esempio, mentre nel testo ebraico la Scrittura si conclude con gli Altri scritti, vale a dire scritti per lo più sapienziali, nei Settanta invece il posto finale è occupato dai Profeti, tra i quali il testo apocalittico di Daniele: il senso dei Profeti slitta da quello più antico di portavoce del giudizio di Dio sulla realtà a quello di annunciatori dell’era futura, nella quale consisterebbe il messaggio ultimo della Bibbia o quanto meno la chiave di lettura con la quale la prima generazione di cristiani leggeva il giudaismo ellenistico del tempo. Per i giudeo cristiani, la struttura del Nuovo Testamento sarebbe parallela all’Antico, chiudendosi anch’esso sul testo profetico dell’Apocalisse
Il risultato fu un compromesso: Girolamo si rassegnò a fare una doppia traduzione, una se-guendo il greco dei Settanta, l’altra seguendo il testo ebraico; e, soprattutto, la prima traduzio-ne di Gerolamo diventò quella universalmente utilizzata, da qui fu chiamata Vulgata, che a sua volta fu completata da libri che erano stati inseriti nel canone voluto da Agostino. Un caso a parte, in questa vicenda legata alla traduzione, restarono i Salmi, che sempre sono destinati a rimanere un caso a parte, per la loro stessa natura e per il fatto che si tratta di un libro della Bibbia di cui si sa davvero molto poco.
Se oggi ci sembra che la Bibbia sia da sempre un insieme predefinito di testi, in realtà solo con il Concilio di Trento - siamo nel XVI secolo - fu definito l’attuale canone degli scritti che rientrano a pieno diritto nella Sacra Bibbia: e, se fu fatto allora, fu per contrapporsi alle posizioni di Martin Lutero.
"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)
sabato 22 novembre 2008
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