Mentre personaggi di elevatissima statura culturale, come Augias o altri, dissertano sulla storicità delle sacre Scritture cristiane, autoelogiandosi come se fossero stati loro i primi a farlo e non fosse invece questo un dibattito aperto da parecchi secoli, c’è in circolazione un libretto molto onesto e molto chiaro scritto da uno storico italiano, Giorgio Jossa, pubblicato da Carocci. Il suo titolo, “Il cristianesimo ha tradito Gesù?”.
Del resto, se i cristiani come noi fossero un po’ più incuriositi dalla storia del vissuto e del pensiero cristiano, nessuno correrebbe dietro finti scandali creati ad hoc da personaggi di cultura, del tipo “la chiesa queste cose non ve le dice, meno male che ci siamo noi” e tantomeno dietro i cattolici apocalittici, “c’è il diavolo dietro a queste letture!”.
Insomma, polemiche create dal nulla e tendenti verso il nulla.
Della storicità delle Scritture e dei Vangeli, in particolare, si parla e non solo tra i cristiani protestanti, ma persino tra i cattolici, da parecchio tempo.
Il libro di Jossa, pubblicato per altro da una casa editrice che nella storia investe tanto, aiuta a porsi domande fondamentali nella lettura della realtà, una volta appurato che i Vangeli sono stati scritti abbastanza tardi rispetto all’epoca in cui visse Gesù, cioè tra il 70 e il 100 d.C.: “Il problema principale non è la ricostruzione storica della vicenda e dell’insegnamento di Gesù, ma è piuttosto: quale rapporto c’è tra questo Cristo glorioso nel quale credono le loro comunità e il Gesù terreno della tradizione apostolica?
Ci si delineano davanti agli occhi le letture dei differenti evangelisti, una volta appurato anche che i vangeli cosidetti canonici sono stati scelti e riconosciuti come normativi della fede cristiana dalle prime comunità cristiane: Marco si concentra sul segreto messianico; Luca, lo storico
(straordinario l’attacco del suo vangelo, “Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti, successi tra di noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”), insiste appunto sull’idea della testimonianza. Si tratta della testimonianza del risorto. E poi abbiamo un altro evangelista, Matteo, che non si accontenta di affermare che il Cristo della fede è proprio il Gesù terreno, ma che vuole dimostrare che quel Gesù terreno è il Messia davidico, nel quale si compie la storia di Israele. E Giovanni che insiste che l’interpretazione teologica da lui proposta del Cristo è fondata sul ricordo, nello Spirito, di quanto Gesù stesso aveva detto e fatto.
Valutazioni chiare e oneste quelle di Jossa: per gli evangelisti il Cristo della fede è il Gesù terreno. Ma per lo storico il Cristo dei vangeli non è semplicemente il Gesù storico. Per un motivo molto semplice: nei vangeli canonici c’è una interpretazione credente e quindi teologica della figura di Gesù, che non coincide con quella che la ricerca storica può ricostruire di quella figura.
E poi: come collocare la figura di Gesù tra il giudaismo greco-romano e il cristianesimo delle origini? Domanda a cui i cristiani hanno risposto in maniera differente nel corso dei secoli. Interessante porsi, con Jossa, le prime domande sul rapporto tra giudaismo e cristianesimo.
Meglio porsi le prime domande sull’argomento, piuttosto che andare dietro a false risposte dettate da certezza a-storica, in un senso o nell’altro.
"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)
venerdì 31 ottobre 2008
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