"SE NOI RISOLVIAMO I PROBLEMI DELLA FEDE COL METODO DELLA SOLA AUTORITA', POSSEDIAMO CERTAMENTE LA VERITA', MA IN UNA TESTA VUOTA!" (San Tommaso - Seduta di Quodlibet IV, a 16, Parigi, 1271)

martedì 30 dicembre 2008

Nuove prospettive per l'Humanae vitae?

E’ il luglio del 1968, solo pronunciare l’anno ci fa calare in tempi complicatissimi, è allora che viene pubblicata l’enciclica Humanae vitae. Prima di schierarsi, semplicisticamente, dalla parte di chi la vorrebbe vedere riscritta o dalla parte di chi la vorrebbe per sempre così, è necessario calarsi nell’atmosfera culturale del tempo.
Paolo VI è più solo che mai nella sua decisione di pubblicarla, dopo che una commissione apposita, composta da specialisti di medicina, biologia, sociologia, psicologia e teologia, vi aveva lavorato fin dal 1964. Convinto della validità dell’enciclica decise di pubblicarla solo nel 1968, quindi sottraendo il problema ai padri conciliari che fino al 1964 avevano partecipato a Roma all’evento Concilio Vaticano II.
Paolo VI, oltre a dover prendere in mano le redini di questo evento straordinario, si trovò fin dall’inizio tra due fuochi impietosi: i progressisti Giovanni XXIII e i tradizionalisti Pio XII.
Paolo VI tra due fuochi
Dalla fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta, Paolo VI si dovette scontrare su fronti opposti. Del 1967 è la fondazione della comunità dell’Isolotto di Firenze, quartiere popolare e operaio: don Enzo Mazzi (di cui è stato pubblicato di recente il libro “Cristianesimo ribelle”) si pone pubblicamente contro la gerarchia cattolica, rivendicando una chiesa di base, dei diseredati e dei deboli, e si trova davanti un Paolo VI durissimo, che lo sospende a divinis. Quanto succede non resta più all’interno delle mura della chiesa cattolica, ma finisce su tutti i giornali, diventa oggetto di dibattito nazionale. Non erano stati da meno i contrasti con don Giovanni Franzoni, il monaco benedettino che in quanto abate dell’abbazia di San Paolo fuori le mura era stato padre conciliare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II: le sue prese di posizione contro la proprietà privata, contro la guerra del Vietnam, a favore delle lotte operaie e a favore della legge sul divorzio, la sua dichiarazione pubblica che avrebbe votato per il Partito comunista e a favore della legalizzazione dell’aborto, gli costano la riduzione allo stato laicale da parte di Paolo VI. Non furono facili neppure i rapporti con il cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino proprio dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta: padre Pellegrino non faceva altro che applicare le direttive nuove del Vaticano II alla sua pastorale, ma non fu capito dalla gerarchia vaticana, che temeva da lui risvolti rivoluzionari, che per altro non ci furono e forse non furono mai neppure pensati. Furono forse solo le gerarchie vaticane ad avere la meglio sulla profonda stima reciproca che comunque legava il cardinale al Papa.
Sull’altro fronte, Paolo VI fece di tutto per far rientrare nella Chiesa il vescovo Marcel Lefèbvre che, contro il Concilio, fondò la Fraternità sacerdotale san Pio X, continuando a ordinare sacerdoti, nonostante nel luglio 1976 fosse stato sospeso a divinis. Anche questo scontro all’interno della Chiesa ebbe una risonanza mondiale: un mese dopo la sua sospensione, Lefèbvre celebrò la messa “proibita” di fronte a diecimila fedeli e a qualche centinaio di giornalisti provenienti da tutto il mondo. Lefèbvre sarà molto pesante nei suoi giudizi nei confronti del Papa, che definirà, anche platealmente, modernista ed eretico.
Su Paolo VI, in occasione dei trent’anni dalla sua scomparsa, sono in circolazione pubblicazioni molto valide.
Una nuova prospettiva
Insomma, prima di sbandierare l’Humanae Vitae, che con fermezza definiva come unico della sessualità coniugale quello procreativo, come l’enciclica della pillola e di strumentalizzarla per scagliarsi contro una Chiesa che certo ha bisogno di un dibattito interno, ma non di “picconatori” a tempo perso, occorre valutare la complessità del momento storico e porsi nella prospettiva in cui si pone il cardinale Martini nel suo ultimo libro, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”: sono passati quarant’anni da allora, un periodo lungo quanto il passaggio di Israele nel deserto, e questo potrebbe consentirci una nuova visione rispetto a quella proposta dalla Humanae vitae.

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