sabato 8 marzo 2008

Riscoprire il gusto di amare la chiesa. In un cammino di riconciliazione.

Ci accostiamo a don Michele Do da neofiti, sono tantissime le persone che lo hanno conosciuto a Saint Jacques, in Valle d’Aosta, e che hanno fatto con lui un pezzo di strada della loro vita.
Le edizioni Qiqajon, del monastero di Bose, hanno pubblicato alcuni suoi brevi scritti in un volumetto intitolato “Amare la chiesa”. A volerne la pubblicazione è stato lo stesso Enzo Bianchi, priore, e ormai conosciuto opinionista, legato a don Michele da un’amicizia di lunga data. E’ lui a firmarne la prefazione.
Questi brevi scritti ripercorrono un cammino di riconciliazione con la chiesa, vissuto con un senso di ricerca continua.
Ci ritroviamo così, verso la conclusione dei suoi brevi scritti, a incrociare una realtà di sacerdozio in cui ci rispecchiamo più volentieri.
Scrive don Do: “L’essenziale del sacerdozio non è nel potere di amministrare e distribuire sa-cramenti, ma nel diventare sacramento. L’essenziale è nel rendere presente Dio e le realtà sante e assolute del Regno, non attraverso un automatismo magico, ma attraverso la luminosità dell’essere trasfigurato.
Se così è, dovrebbe essere capovolta la prospettiva consueta del sacerdozio: non è il sacerdozio universale dei battezzati che è all’interno del sacerdozio ministeriale, ma è il sacerdozio ministeriale che è all’interno del sacerdozio universale, da cui trae la sua linfa e le sue motivazioni profonde.
Non è il sacerdozio ministeriale la radice del sacerdozio dei fedeli, ma è il sacerdozio dei fedeli la radice del sacerdozio ministeriale. Non sono i fedeli i sacrestani dei presbiteri,sono i presbiteri che sono i sacrestani, cioè i ministri dei fedeli. [...]
C’è un’illimitata varietà di servizi che è affidata alla libera creatività dell’amore, nella fedeltà all’unico Spirito. ‘A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito, in vista dell’utilità comune’ (cfr 1Cor 12,7)”.
Al centro della sua riflessione, tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento. Parole che ci fanno andare sempre oltre, verso orizzonti sempre aperti, nella libertà dello Spirito che è in perenne divenire. E così l’uomo, così la chiesa e il posto che questa ha nel cuore dell’uomo come realtà.
Ma quale chiesa è nel cuore dell’uomo? Don Do prova a descriverla anche così all’inizio di uno di questi suoi scritti pubblicati da Qiqajon: “La chiesa non è la scuola normale di Pisa; cosa sarebbe una chiesa di superuomini? ‘Chi avrebbe il coraggio di entrarvi?’ chiede Bernanos. Vi resteremmo davanti come un contadino, che si rigira il cappello tra le mani, davanti a una casa ricca. La chiesa deve avere questa povertà umana: ‘Una povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie’ (fra’ Silvestro con Guido Gozzano). Cristo costruisce la chiesa nelle cose e sulle cose. La chiesa allora è l’impegno a far crescere le cose nella libertà e nella dignità, a dar grazia, cioè bellezza, alle cose. Ritrovare il senso di tutte le cose, non del proibito”.
Il percorso che don Michele Do ci fa intuire in questi suoi brevi scritti è un percorso di ricerca one-sto, che percorre in prima persona, cercando di chiarire prima di tutto a se stesso gli interrogativi essenziali che si porta dentro su che cosa sia la chiesa per lui. Un cammino che si ripropone, appunto, attorno a queste tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento.

1 commenti:

Amica ha detto...

La chiesa non è un monolite ma è ricca proprio per la dinamica di diversità al suo interno che l'amore compone in corpo. Lo si tocca con mano quando si ha l'opportunità di conoscere dal di dentro le pecularietà delle Chiese che sono espressioni di nazioni, etnie e gruppi culturali diversi.
Si coglie che una chiesa è bella, è chiesa, quando fiorisce dalla vita degli uomini e la esprime e la eleva.
Don Do scrive che 'La chiesa è l’impegno a far crescere le cose nella libertà e nella dignità'. Bregantini e la chiesa di Locri ne sono una testimonianza a noi vicina.
In Paesi come quelli dell'Europa dell'Est o dell'Asia comunista, spesso le Chiese e i vescovi che le servivano sono stati i veri custodi della libertà e della dignità dell'uomo.
Lo stesso oggi sta avvenendo in molti luoghi delle Americhe del centro e del sud. Ma mentre nel primo caso si è parlato di martiri, nel secondo spesso si temono devianze dall'ortodossia.
Eppure l'impegno nei confronti della dignità dell'uomo e della sua libertà ha lo stesso fondamento cristiano.
Sarà che come si sta globalizzando la società sotto un modello standard di benessere adatto a tutti, si stia inavvertitamente globalizzando un modello standard di Chiesa a misura di quella che si muove in difensiva di una verità acquisita nei Paesi del benessere?
Che Dio ci salvi da tale monolite e ci aiuti a permettere a Cristo di costruire 'la chiesa nelle cose e sulle cose', una chiesa di ascolto e sequela, come ‘Una povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie’: questo don Do dev'essere stato un grande, ma di quelli davanti ai quali il cappello ce lo si toglierebbe non per timore ed imbarazzo ma per gratitudine e rispetto.

Ogni nuovo blog è un lieto evento quando porta pensiero e riflessione. Allora benvenuto Filotea!