A chi di noi verrebbe in mente di definire il vescovo Bregantini il Van Basten della cristianità, senza rischiare di scivolare nel ridicolo? Eppure, se a farlo è Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello sport, ci rendiamo conto che ci ha appena aperto una nuova chiave di lettura della realtà.
Per scrivere il suo ultimo libro, lui che è uno dei rari giornalisti sportivi a conoscere tutti i segreti della lingua italiana e a saperli far fruttare, Cannavò si è messo a viaggiare per l’Italia, con i ritmi dei mezzi pubblici italiani, spingendosi fin nella Locride. E’ qui che incontra Bregantini, il vescovo che ha guidato la lotta contro la ‘ndrangheta, l’incontro che più lo ha appassionato. Ma non è questo l’unico pretaccio che incontra e ci racconta Cannavò.
A firmare la prefazione del libro di Cannavò, “Pretacci”, pubblicato da Rizzoli, è Gian Antonio Stella: “Quello di Candido Cannavò è un reportage dentro ‘l’altra’ Chiesa. (…) È un lungo viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perché ‘il Vangelo è combattimento, è sfida agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle convenienze’. Alla paura. Preti come monsignor Giancarlo Bregantini, che nel ruolo di vescovo di Locri è stato il faro di quanti si battono contro la ’ndrangheta. Come don Gino Rigoldi, il cappellano del ‘Beccaria’ che da tanti anni cerca di aiutare ragazzi venuti su un po’ storti. Come padre Mario Golesano, che è andato nel quartiere di Brancaccio a cercare di riempire il vuoto lasciato da don Pino Puglisi, ammazzato da un sicario al quale regalò il suo ultimo sorriso. E don Andrea Gallo, ‘gran cardinale della Basilica del Marciapiede’, convinto come Fabrizio De André che ‘dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori’ e dunque deciso a portare il Vangelo tra i peccatori. Fino a don Oreste Benzi, che se n’è andato per un infarto nel novembre 2007 dopo avere speso tutte le sue notti a offrire una via d’uscita a migliaia di ‘Maddalene’ che si vendevano nelle strade. Preti spesso scomodi. ‘Pretacci’” Come il capostipite al quale un po’ tutti dicono di richiamarsi: don Lorenzo Milani. Il parroco di Barbiana che incitava i pastori di anime a non aver timore di “star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E che per aver scritto cose ustionanti come ‘Lettera a una professoressa’ o ‘L’obbedienza non è più una virtù”, fu bollato sbrigativamente come un ‘cattocomunista” nonostante la sua polemica con la sinistra e il Pci fosse frontale”.
E’ un’”altra” chiesa, quella che ci racconta Cannavò con la sua straordinaria “penna”, lui che per anni ha raccontato l’umanità degli sportivi, una chiesa in cui i campioni della fede non sono per forza le figure più istituzionali. Una chiesa che sa esprimere anche queste esperienze di fede, di cui Cannavò ricostruisce genesi, società e chiesa in cui si sviluppano e protagonisti. Uomini di fede che si confrontano con la propria coscienza e con la realtà che li circonda e non si tirano indietro di fronte alle loro responsabilità, puntando a quello che più conta.
sabato 29 marzo 2008
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