L’esperienza di fede non sfugge alla logica del cambiamento. Una banalità? O piuttosto una affermazione con risvolti di non poco conto, sia a livello individuale sia nella dimensione collettiva?
E’ un’osservazione che accompagna l’ultimo scritto autobiografico di Pietro Scoppola, docente di storia contemporanea ed esperto in storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, morto di recente. Il libricino è pubblicato da Morcelliana, con il titolo scelto dallo stesso Scoppola, "Un cattolico a modo suo", da una espressione utilizzata da Paolo VI, quando nel 1975 fu il Papa in persona a volere che Scoppola restasse nel comitato promotore per il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, con queste parole: Scoppola è un cattolico un po’ a modo suo, ma è bene che rimanga. Era il 1975, l’anno precedente forti erano state le tensioni per il referendum sul divorzio. E le posizioni di Scoppola, sulla necessità di un pluralismo e sul fatto che fosse inaccettabile imporre un modello di matrimonio così alto come quello della tradizione cattolica, non erano piaciute a buona parte del mondo cattolico italiano, quello che contava.
Questo breve scritto autobiografico è un interessante percorso alla ricerca dell’autenticità di un cristianesimo incarnato, che Scoppola affronta negli ultimi mesi di vita, ma le stesse domande e le stesse riflessioni possiamo porcele a qualunque tappa dello stesso percorso di incarnazione del cristianesimo che, a seconda delle differenti condizioni di vita, ci si trova a vivere.
Con molta chiarezza, lo storico si pone le questioni che sono stati centrali nella sua scelta di fede. Con una premessa assai interessante: “Penso che la garanzia della fedeltà della Chiesa alla sua missione sia affidata molto più alla vita di fede dei suoi fedeli, dei suoi testimoni, dei suoi santi (proclamati o no: poco conta!) che alla custodia di una dottrina”. Premessa che, come fa notare lo stesso Scoppola, fa eco all’apertura dell’enciclica “Deus charitas est” di papa Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.
Con la sensibilità dello storico, prendiamo atto delle questioni importanti della scelta di fede. Il Dio della Bibbia non è un’astrazione filosofica definita una volta per tutte, ma è un Dio vivente di cui un popolo prende coscienza dentro una storia piena di conflitti e di contraddizioni.
E perché scandalizzarsi del non credere? Gli spazi del credere e del non credere sono gli spazi comuni a tutti gli uomini pensanti: sono gli spazi comuni della condizione umana del resto ben presenti nella Bibbia.
E poi c’è quella semplice e grande realtà, che libera da tutte le angosce per una metafisica razio-nalmente irrangiungibile: la nostra fede è fondata sulla fede degli apostoli. Non si crede da soli, si crede dentro una comunità credente e orante.
Tutto quasi lampante, forse per le nostre ultime generazioni nate dopo il Concilio Vaticano II. Non per quella di Scoppola e di tanti che nella Chiesa hanno vissuto in pieno il Novecento, un secolo in cui la logica del cambiamento è stata stravolgente nella Chiesa cattolica. Il credere di Scoppola, espresso in questi termini, si poneva allora su un terreno diverso e metteva a fuoco il rischio di una scelta di fede, razionale e allo stesso tempo coraggiosa, mentre si sbandieravano le incontrover-tibili prove dell’esistenza di Dio. Ecco che tutte le certezze, dalle prove razionali dell’esistenza di Dio all’esistenza storica della divinità di Cristo fino alla Chiesa, indefettibile, perché voluta da Cristo, non potevano più sorreggere il ponte di una fede incrollabile.
Nasce una nuova consapevolezza, fondamentale a livello personale e a livello di comunità credente e orante: “Non un ponte o un più solido viadotto per superare di un balzo le asperità del cammino e i mille ciottoli di un terreno impervio, ma la partecipazione all’esperienza umana di un popolo credente diventava il punto di appoggio e la garanzia della mia fede”.
sabato 22 marzo 2008
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