venerdì 7 marzo 2008

Il Vangelo che libera dal timore dell’autorità

Martirio o assassinio politico. Comunque siano andate le cose, per la Chiesa romana resta un grande imbarazzo affrontare la morte del vescovo Oscar Romero in San Salvador, nel 1980 e decretarne in qualche modo la santità.
Si fosse trattato di uno dei tanti uomini di Chiesa che, spinti dalle ingiustizie perpretate a danno di quel popolo, hanno abbracciato la lotta armata come unica via di uscita, cadendo nel labirinto infinito della violenza che chiama violenza, se così fosse stato, appunto, non ci sarebbe stato nessun problema a indicarlo come esempio negativo per tutti. Ma così non è stato.
Oscar Romero era un vescovo che continuamente richiamava i preti che si lasciavano trascinare nella spirale di violenza e che continuamente si rifaceva al messaggio evangelico. Senza per questo piegarsi ai più forti e schierarsi con quella parte di gerarchia ecclesiastica che non amava opporsi ai potenti del paese.
Oscar Romero, però, è stato un vescovo che si è lasciato interrogare dalla morte di quei suoi preti che si opponevano alle logiche di regime e di oppressione con la sola forza della parola e dell’amore concreto per i poveri del paese. Morti violente, spesso passate sotto silenzio dai governi e dalle comunità locali e dalla stessa chiesa.
E’ impressionante scoprire in Oscar Romero un uomo del tutto conservatore, che si trova respinto dalla Chiesa di Roma, in quanto additato dai vescovi sudamericani più accreditati in Vaticano e vicini a figure non per niente limpide nei paesi del centro e del sud America. Vescovi che conquistano autorità presso la Santa Sede sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, terrorizzato da tutto ciò che può rappresentare il comunismo nel mondo.
Paolo VI, infatti, aveva mostrato il suo sostegno al vescovo Romero. Ma con Giovanni Paolo II è diverso: nel centro America, tutti i movimenti che si oppongono ai regimi e alla violenza vengono marchiati di comunismo e così anche i preti che concentrano le proprie energie su quella parte del messaggio evangelico che a sua volta si concentra sui poveri. Tanto più che alcuni preti e alcuni cattolici scivolano sulla lotta armata, offrendo una giustificazione ufficiale perché la chiesa abbandoni chi crede nella liberazione di quel popolo.
La libertà interiore di questo vescovo, in un San Salvador insanguinato, si spinge al punto da reagire di fronte a tutta quella violenza, su cui tacciono anche i governi dei paesi democratici. Non ha paura di “udire il grido del suo popolo” e di continuare a leggere il vangelo alla luce dei segni dei tempi che si concretizzano nella storia del suo popolo.
Manca meno di un anno al suo assassinio, quando Romero chiede pubblicamente giustizia alle autorità del paese, con molta probabilità corresponsabili di quegli omicidi per i quali il vescovo chiede giustizia. E chiude una sua omelia con queste parole: “Accanto al sangue di insegnanti, operai, contadini, possiamo offrire il sangue dei nostri preti. Questa è la comunione dell’amore. Sarebbe triste che in una patria in cui si sta assassinando tanto orribilmente non ci fossero tra le vittime anche dei sacerdoti. Essi sono la testimonianza di una Chiesa incarnata nei problemi del popolo”.
Ma i vescovi, tranne qualcuno che non è molto ascoltato dalle gerarchie, non sono con lui.
Negli ultimi mesi della sua vita, Romero non ha paura di nessuno (e dire che quando era diventato vescovo era molto ossequioso nei confronti di qualunque autorità), nonostante il silenzio omertoso mondiale che pesa su questi paesi. Dirà ancora in un’altra omelia: “Esistono nel paese una pseudo-pace e un falso ordine basati sulla repressione e sulla paura... La violenza, l’assassinio, la tortura di cui tanti muoiono, il massacrare a colpi di machete e poi buttare in mare, il prendere a calci la gente, tutto questo è l’impero dell’inferno”. Così come sempre dalla cattedrale di San Salvador risuonano le sue sue grida: “Dove sono i desaparecidos?”.
Non si capisce quali notizie arrivino a Roma in quegli anni, fatto sta che Romero resta un uomo lasciato solo e dalla Conferenza episcopale e dal Vaticano, che tacciono di fronte alle violenze di questi regimi. Eppure anche in questo Romero ha qualcosa da insegnare, fino alla fine cerca di costruire rapporti e con il Papa e con i vescovi. Ma i suoi tentativi cadono nel vuoto, con grande sofferenza da parte sua.
Che sia stato martirio o assassinio politico, questo riguarda cavilli che solo i burocrati possono permettersi.
Se la decisione sulla sua canonizzazione spettasse alle migliaia di persone che si sono viste sostenute da lui e dalla Chiesa che rappresentava, mentre tutta la società sembrava essere contro di loro, forse il dubbio apparentemente amletico sarebbe facilmente sciolto: che sia stato martirio o assassionio politico, Romero è stato un uomo che ha vissuto il vangelo fino a farsene trasformare e a trasformare le persone che vivevano con lui, in un percorso di libertà, che nulla ha a che fare con la teologia della liberazione, tanto temuta (a ragione?) dalle gerarchie ecclesiastiche.

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