Abbandonare una mentalità colonizzata da classificazioni chiare, condanne morali e identità singole, per riuscire a parlare di omosessualità al plurale, “le omosessualità.
E’ quanto prova a fare la rivista di teologia “Concilium”, pubblicata dalla Queriniana, una rivista di teologia che a partire dal Concilio Vaticano II in avanti, vale a dire dalla metà degli anni Sessanta, è diventato un interessante laboratorio di idee, in cui confluiscono punti di vista di docenti da tutto il mondo, senza dimenticare Afriche e America latina.
L’argomento, per la morale cattolica, è scottante, considerate le prese di posizione ufficiali del ca-techismo della chiesa cattolica, che presentano gli omosessuali come una minoranza, nei confronti nei quali i “normali” devono comportarsi in modo accogliente. Quando va bene.
La domanda di fondo della monografia di “Concilium” è molto semplice: come far saltare questo modo di pensare? Come superare i confini e far saltare le classificazioni delle identità?
Lo studio si apre con un excursus storico, molto molto semplificato, sui discorsi storici in merito all’omosessualità. Arti e letterature di tutte le epoche descrivono relazioni sessuali e di amicizia, avventure e storie d’amore, tra persone dello stesso sesso. Nella Bibbia ebraica Davide piange Gionata, il cui amore per lui “era prezioso più che l’amore di donna”. Nell’antichità, gli esempi si sprecano. Curiosa anche la ricostruzione di tutto l’universo di significati intorno alla parola sodomia, che sempre dalla Bibbia arriva.
Impossibile però applicare a queste storie il concetto di una omosessualità determinata da una predisposizione costitutiva dell’identità, se non altro perché il concetto appartiene all’età moderna.
Così come è moderna una classificazione da cui, da entrambe le parti, non si riesce ad uscire: la dicotomia tra omosessuali ed eterosessuali. Ha senso dividere il mondo in bianco e nero, in pecore e capri?
La teologia può spingersi a stravolgere modi di pensare sclerotizzati e concetti artificiali che arrivano a identificare il lato “buono” della dicotomia e il lato “cattivo”, come se schemi bipolari dei sessi fossero sufficienti a imprigionare la complessa realtà umana.
Un altro punto caldo, affrontato nel numero monografico della rivista, è quello della legge naturale. E’ proprio necessario fissare la natura in termini statici? Anche in questo caso il cristianesimo può essere capace di inserire i meccanismi di procreazione, il desiderio sessuale in un progetto di amore più grande, sapendo leggere la propria storia lungo i secoli.
Dopo aver percorso l’Africa e l’America latina, lo studio monografico si chiude con una toccante lettera ad un giovane cattolico gay, firmata da un prete cattolico, teologo, inglese.
Una lettera toccante, perché invita a guardare sotto la maschera e a vivere la propria storia, consapevoli che non è facile essere un cattolico dichiaratamente gay.
Difficile come continuare a credere in un progetto, quando chi dovrebbe stare dalla tua parte, in realtà ti disprezza: “Il fatto stesso che, in mezzo a tutte queste voci odiose e nonostante esse, tu possa aver sentito la voce del Pastore che ti chiamava a essere parte del suo gregge è già un miracolo molto più grande di quanto tu non pensassi, e ti prepara a un’opera molto più meticolosa e delicata di quanto queste voci possano immaginare”.
Andrà per le lunghe: non si fa troppe illusioni il teologo inglese, che firma con nome e cognome la sua lunga lettera, così come gli aveva fatto notare, da giovane, un suo formatore, pure storico. La sfida resta comunque quella di continuare a costruire la chiesa cattolica, anche se la percezione è quella di vivere in un territorio nemico.
sabato 15 marzo 2008
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