sabato 10 maggio 2008

La Chiesa non può più tacere di fronte alla camorra

CASERTA - (Di Raffaele Nogaro vescovo di Caserta) La camorra, in Campania, impedisce le riforme strutturali, indispensabili per organizzare la speranza del futuro. Procura le dimissioni di ogni imprenditoria intelligente e produttiva.Una politica che crei progetti, stabilisca obiettivi, dia la spinta alla soluzione dei problemi è impensabile. E le dirigenze di ogni tipo confondono facilmente il bene comune con l’interesse privato. Il degrado, il sottosviluppo e la disoccupa-zione fanno sì che l’emigrazione dei giovani volenterosi sia enorme. I talenti migliori salgono al Nord, privando le nostre terre di quella propulsività, fatta di promozione e di progresso. Ritengo che, in particolare nel Meridione, la Chiesa deve esercitare la sua forza istitutrice di etica e di civiltà. Purtroppo, l’esempio fulgido di un don Peppe Diana, che viene ucciso dopo quel documento salutare: “Per amore del mio popolo non tacerò“, rimane ancora controllato e isolato. Le gerarchie ecclesiastiche sono molto preoccupate di difendersi dai nemici “ideologici”: massoni, comunisti, laicisti di ogni genere, e sottovalutano l’inquinamento morale e civile causato dai poteri illegali. I camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente i promotori delle iniziative della ritualità religiose e della collettività. Proteggono un certo ordine stabilito, e quindi vengono corteggiati dalle istituzioni. E per un falso amore di pace, la Chiesa tace. La Chiesa non è mai autoreferenziale. E’ eminentemente servizio del Popolo di Dio. E deve anteporre i bisogni della gente alla propria affermazione. Ora, se si mettono da parte le possibili, contrastanti valutazioni personali, un dato si impone comunque nella sua oggettività: la storia della Campania, come la sua cronaca contemporanea, non si spiega senza tenere nel debito conto l’influenza della Chiesa. Si osserva quindi che le espressioni religiose, soprattutto quelle enfatiche, e la camorra non sono due fenomeni indipendenti. Fortunatamente non si arriva mai alla complicità. Non si può tuttavia rimanere in disparte, scaricando la realtà criminale alla competenza dello Stato. L’esercizio del potere nel mondo della camorra si prefigge l’infiltrazione nelle istituzioni per gestirle in maniera privatistica e clientelare. E se la camorra diventa mentalità di popolo, il messaggio d’amore di Cristo non può avere vita. Per comin-ciare, nelle parrocchie si devono superare supporti che possono configurarsi come camorristi: gli atteggiamenti autoritari, la violenza di un potere costituito, la precettistica morale imposta come inquisizione delle coscienze, la mancanza di democrazia nella gestione comunitaria, gli accordi unidirezionali che producono i gruppi fra loro conflittuali.La Chiesa, è di tutti, ed è essenziale che si mantenga libera dal potere politico e di casta, e lasci trasparire lo stile di un servizio incondizionato all’uomo, “senza preferenza di persone” o di categorie sociali

(Raffaele Nogaro+) . (Inviato dalla vicepresidente dell’ Azione Cattolica diocesi Caserta Lucia Villano). Pubblicato da red. prov. “Alto Casertano-Matesino & d”

sabato 26 aprile 2008

Padre Pio e la nostra Italia

L’Italia che eravamo e l’Italia che siamo. C’è poco da snobbare il fenomeno padre Pio. Conviene capirlo: per tentare di capire chi siamo stati, che strada abbiamo percorso dal dopoguerra ad oggi e chi cerchiamo di essere ad oggi.
Domande che si pone lo storico Sergio Luzzatto nel libro pubblicato da Einaudi, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento.
Facile avventarsi contro spudorate forme di devozione che si spingono fino ad adorare un cadavere, pur di respirare ancora l’aria di miracoli che padre Pio, all’inizio del Novecento, ha fatto respirare a persone di ogni classe sociale e culturale, a vescovi e politici, compreso un futuro Papa, come a masse di persone anonime.
Eppure, se ancora oggi il frate da Pietralcina attira intorno a sé centinaia di migliaia di persone, ha ragione Luzzatto nel dire che ricostruire la storia di padre Pio equivale a studiare, attraverso un gioco di specchi, un po’ tutta la storia della nostra vita religiosa nel mezzo secolo che separa la Grande Guerra dal Concilio Vaticano II.
Di gioco di specchi davvero si tratta. Se padre Gemelli fa di tutto per dimostrare scientificamente le nevrosi di padre Pio, ci sono anche le analisi, da parte dei servizi di pubblica sicurezza, che mettono a fuoco un aspetto forse non troppo centrale: la natura profetica e apocalittica della predica-zione di padre Pio si sarebbe opposta all’attaccamento alle cose terrene da parte del Vaticano e del Pontefice di Roma; di fronte a questo atteggiamento, non ci sarebbe dunque da stupirsi, per alcuni funzionari pubblici, se il Sant’Uffizio cercasse di ostacolare il ministero di un santo considerato, in questa prospettiva, pericoloso. Quel Sant’Uffizio che si era rimesso appunto nelle mani di padre Gemelli.
La vicenda di padre Pio e dei suoi devoti attraversa in pieno anche il fascismo, vi si intrecciano persino avventure industriali molto poco limpide
Come snobbare tutto questo? Non è la nostra Italia anche questa folla di gente, su cui i mezzi di informazione punteranno i riflettori almeno per un anno intero, e che si assiepa al santuario di Monterotondo per venerare un cadavere?
I santi servono a compiere i miracoli e anche padre Pio non sfugge a questo mandato. Fare la storia dei suoi miracoli non deve però essere per forza una storia che mira a dimostrarne la verità o la falsità. E di queste storie, agiografiche o al contrario accusatorie, non mancano di certo. Questi miracoli vanno inseriti in un contesto storico, indipendentemente dal fatto che siano veri o meno. Un contesto storico fatto di amici e di nemici del santo, che però nulla dicono sulla veridicità o sulla falsità del messaggio evangelico. Essendo un’icona popolare, la vicenda di padre Pio ha invece molto da dire sulla storia dei cristiani del ventesimo secolo. E, a quanto pare, anche dei cristiani contemporanei. Senza bisogno di doverlo snobbare, perché, appunto, la piccola storia di padre Pio ha incrociato la grande storia d’Italia e la storia della pietà nella storia del cristianesimo.

sabato 5 aprile 2008

Davvero il perfetto cristiano non critica?

[...] Giovanni XXIII è stato soltanto un lampo di luce posato per sbaglio là dove ci deve essere solo il buio. Il santo buio agghiacciante delle curie come lo vuole Dio, dove i forti si santificano con le croci e i deboli riescono a non dannarsi cioè a santificarsi con gli errori! [...]
(I care ancora)

[...] Noi la Chiesa non la lasceremo perché non possiamo vivere senza i suoi sacramenti e senza il suo inse-gnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione, anche, se sarà necessario, di inginocchiarci davanti a Gedda caudillo d’Italia, me ce lo dovrà dire il Papa con atto solenne che ci impegni nel Dogma. Non il giornale della Fiat. E fino a quel giorno vivremo nella gioia della nostra libertà di cristiani. Criticheremo vescovi e cardinali serenamente visto che nelle leggi della Chiesa non c’è scritto che non lo si possa fare. Il peggio che ci potrà succedere sarà d’essere combattuti da fratelli piccini con armi piccine di quelle che taglian la carriera. Ma son armi che non taglian la Grazia né la comunione con la Chiesa. Il resto tenteremo di non contarlo. [...]
(Lettere di don Lorenzo Milano priore di Barbiana)

[...] Rovistiamo dunque negli errori di casa nostra solo quel tanto che basta per contribuire anche noi senza falsa umiltà all’educazione e istruzione dei nostri confratelli e superiori compresi i Vescovi e il Papa (che hanno bisogno come tutti e forse più di tutti). Ma dopo aver ottenuto questi due scopi basta, non ne parliamo più, ci si può far sopra anche una risata divertita. Se prendiamo il volto tragico della catastrofe vuol dire che non crediamo in Dio e nella Provvidenza, vuol dire che non siamo in grazia di Dio. [...]
(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)

[...] La via che conduce alla Verità è stretta e ha da ambo i lati precipizi. Esistono eresie di sinistra ed eresie di destra. Siamo nella Chiesa apposta per sentirci serrare dalle sue rotaie che ci impediscano di deviare tanto in fuori che in dentro. [...]
(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)

[...] Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O bocciarlo. Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
(Lettere a una professoressa)

[...] La vostra libertà è di scegliere entro i limiti delle poche possibilità che vi danno, cioè di ballare un twist o un madison, ma non di ballare o pensare; non di ballare o regnare ed essere padroni del vostro voto, del vostro pensiero; non di ballare oppure di vincere discussioni; non di ballare o convincere le persone con cui parlate. [...]
(Don Milani, la ricreazione è finita)

[...] E Gesù stesso ha molto più vissuto che parlato. E molto più insegnato col nascere in una stalla e col morire su una croce che col parlare di povertà e di sacrificio. [...]
(Esperienze pastorali)

[...] Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e di disperazione. Io ci vivo e ci parlo e ci scrivo con la più assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi poco perché gli voglio bene. E capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!!! [...]
(Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana)

[Citazioni da: Don Milani. Ideario. 230 voci, Stampa alternativa, 2007, 10,00 euro]

sabato 29 marzo 2008

“Pretacci": l’altra chiesa, quella scomoda

A chi di noi verrebbe in mente di definire il vescovo Bregantini il Van Basten della cristianità, senza rischiare di scivolare nel ridicolo? Eppure, se a farlo è Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello sport, ci rendiamo conto che ci ha appena aperto una nuova chiave di lettura della realtà.
Per scrivere il suo ultimo libro, lui che è uno dei rari giornalisti sportivi a conoscere tutti i segreti della lingua italiana e a saperli far fruttare, Cannavò si è messo a viaggiare per l’Italia, con i ritmi dei mezzi pubblici italiani, spingendosi fin nella Locride. E’ qui che incontra Bregantini, il vescovo che ha guidato la lotta contro la ‘ndrangheta, l’incontro che più lo ha appassionato. Ma non è questo l’unico pretaccio che incontra e ci racconta Cannavò.
A firmare la prefazione del libro di Cannavò, “Pretacci”, pubblicato da Rizzoli, è Gian Antonio Stella: “Quello di Candido Cannavò è un reportage dentro ‘l’altra’ Chiesa. (…) È un lungo viaggio tra i preti che interpretano la diffusione della Parola in modo combattivo perché ‘il Vangelo è combattimento, è sfida agli stereotipi, ai luoghi comuni, alle convenienze’. Alla paura. Preti come monsignor Giancarlo Bregantini, che nel ruolo di vescovo di Locri è stato il faro di quanti si battono contro la ’ndrangheta. Come don Gino Rigoldi, il cappellano del ‘Beccaria’ che da tanti anni cerca di aiutare ragazzi venuti su un po’ storti. Come padre Mario Golesano, che è andato nel quartiere di Brancaccio a cercare di riempire il vuoto lasciato da don Pino Puglisi, ammazzato da un sicario al quale regalò il suo ultimo sorriso. E don Andrea Gallo, ‘gran cardinale della Basilica del Marciapiede’, convinto come Fabrizio De André che ‘dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori’ e dunque deciso a portare il Vangelo tra i peccatori. Fino a don Oreste Benzi, che se n’è andato per un infarto nel novembre 2007 dopo avere speso tutte le sue notti a offrire una via d’uscita a migliaia di ‘Maddalene’ che si vendevano nelle strade. Preti spesso scomodi. ‘Pretacci’” Come il capostipite al quale un po’ tutti dicono di richiamarsi: don Lorenzo Milani. Il parroco di Barbiana che incitava i pastori di anime a non aver timore di “star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce. E che per aver scritto cose ustionanti come ‘Lettera a una professoressa’ o ‘L’obbedienza non è più una virtù”, fu bollato sbrigativamente come un ‘cattocomunista” nonostante la sua polemica con la sinistra e il Pci fosse frontale”.
E’ un’”altra” chiesa, quella che ci racconta Cannavò con la sua straordinaria “penna”, lui che per anni ha raccontato l’umanità degli sportivi, una chiesa in cui i campioni della fede non sono per forza le figure più istituzionali. Una chiesa che sa esprimere anche queste esperienze di fede, di cui Cannavò ricostruisce genesi, società e chiesa in cui si sviluppano e protagonisti. Uomini di fede che si confrontano con la propria coscienza e con la realtà che li circonda e non si tirano indietro di fronte alle loro responsabilità, puntando a quello che più conta.

sabato 22 marzo 2008

Pietro Scoppola, un cattolico a modo suo

L’esperienza di fede non sfugge alla logica del cambiamento. Una banalità? O piuttosto una affermazione con risvolti di non poco conto, sia a livello individuale sia nella dimensione collettiva?
E’ un’osservazione che accompagna l’ultimo scritto autobiografico di Pietro Scoppola, docente di storia contemporanea ed esperto in storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, morto di recente. Il libricino è pubblicato da Morcelliana, con il titolo scelto dallo stesso Scoppola, "Un cattolico a modo suo", da una espressione utilizzata da Paolo VI, quando nel 1975 fu il Papa in persona a volere che Scoppola restasse nel comitato promotore per il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, con queste parole: Scoppola è un cattolico un po’ a modo suo, ma è bene che rimanga. Era il 1975, l’anno precedente forti erano state le tensioni per il referendum sul divorzio. E le posizioni di Scoppola, sulla necessità di un pluralismo e sul fatto che fosse inaccettabile imporre un modello di matrimonio così alto come quello della tradizione cattolica, non erano piaciute a buona parte del mondo cattolico italiano, quello che contava.
Questo breve scritto autobiografico è un interessante percorso alla ricerca dell’autenticità di un cristianesimo incarnato, che Scoppola affronta negli ultimi mesi di vita, ma le stesse domande e le stesse riflessioni possiamo porcele a qualunque tappa dello stesso percorso di incarnazione del cristianesimo che, a seconda delle differenti condizioni di vita, ci si trova a vivere.
Con molta chiarezza, lo storico si pone le questioni che sono stati centrali nella sua scelta di fede. Con una premessa assai interessante: “Penso che la garanzia della fedeltà della Chiesa alla sua missione sia affidata molto più alla vita di fede dei suoi fedeli, dei suoi testimoni, dei suoi santi (proclamati o no: poco conta!) che alla custodia di una dottrina”. Premessa che, come fa notare lo stesso Scoppola, fa eco all’apertura dell’enciclica “Deus charitas est” di papa Benedetto XVI: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.
Con la sensibilità dello storico, prendiamo atto delle questioni importanti della scelta di fede. Il Dio della Bibbia non è un’astrazione filosofica definita una volta per tutte, ma è un Dio vivente di cui un popolo prende coscienza dentro una storia piena di conflitti e di contraddizioni.
E perché scandalizzarsi del non credere? Gli spazi del credere e del non credere sono gli spazi comuni a tutti gli uomini pensanti: sono gli spazi comuni della condizione umana del resto ben presenti nella Bibbia.
E poi c’è quella semplice e grande realtà, che libera da tutte le angosce per una metafisica razio-nalmente irrangiungibile: la nostra fede è fondata sulla fede degli apostoli. Non si crede da soli, si crede dentro una comunità credente e orante.
Tutto quasi lampante, forse per le nostre ultime generazioni nate dopo il Concilio Vaticano II. Non per quella di Scoppola e di tanti che nella Chiesa hanno vissuto in pieno il Novecento, un secolo in cui la logica del cambiamento è stata stravolgente nella Chiesa cattolica. Il credere di Scoppola, espresso in questi termini, si poneva allora su un terreno diverso e metteva a fuoco il rischio di una scelta di fede, razionale e allo stesso tempo coraggiosa, mentre si sbandieravano le incontrover-tibili prove dell’esistenza di Dio. Ecco che tutte le certezze, dalle prove razionali dell’esistenza di Dio all’esistenza storica della divinità di Cristo fino alla Chiesa, indefettibile, perché voluta da Cristo, non potevano più sorreggere il ponte di una fede incrollabile.
Nasce una nuova consapevolezza, fondamentale a livello personale e a livello di comunità credente e orante: “Non un ponte o un più solido viadotto per superare di un balzo le asperità del cammino e i mille ciottoli di un terreno impervio, ma la partecipazione all’esperienza umana di un popolo credente diventava il punto di appoggio e la garanzia della mia fede”.

sabato 15 marzo 2008

Desideri pericolosi

Abbandonare una mentalità colonizzata da classificazioni chiare, condanne morali e identità singole, per riuscire a parlare di omosessualità al plurale, “le omosessualità.
E’ quanto prova a fare la rivista di teologia “Concilium”, pubblicata dalla Queriniana, una rivista di teologia che a partire dal Concilio Vaticano II in avanti, vale a dire dalla metà degli anni Sessanta, è diventato un interessante laboratorio di idee, in cui confluiscono punti di vista di docenti da tutto il mondo, senza dimenticare Afriche e America latina.
L’argomento, per la morale cattolica, è scottante, considerate le prese di posizione ufficiali del ca-techismo della chiesa cattolica, che presentano gli omosessuali come una minoranza, nei confronti nei quali i “normali” devono comportarsi in modo accogliente. Quando va bene.
La domanda di fondo della monografia di “Concilium” è molto semplice: come far saltare questo modo di pensare? Come superare i confini e far saltare le classificazioni delle identità?
Lo studio si apre con un excursus storico, molto molto semplificato, sui discorsi storici in merito all’omosessualità. Arti e letterature di tutte le epoche descrivono relazioni sessuali e di amicizia, avventure e storie d’amore, tra persone dello stesso sesso. Nella Bibbia ebraica Davide piange Gionata, il cui amore per lui “era prezioso più che l’amore di donna”. Nell’antichità, gli esempi si sprecano. Curiosa anche la ricostruzione di tutto l’universo di significati intorno alla parola sodomia, che sempre dalla Bibbia arriva.
Impossibile però applicare a queste storie il concetto di una omosessualità determinata da una predisposizione costitutiva dell’identità, se non altro perché il concetto appartiene all’età moderna.
Così come è moderna una classificazione da cui, da entrambe le parti, non si riesce ad uscire: la dicotomia tra omosessuali ed eterosessuali. Ha senso dividere il mondo in bianco e nero, in pecore e capri?
La teologia può spingersi a stravolgere modi di pensare sclerotizzati e concetti artificiali che arrivano a identificare il lato “buono” della dicotomia e il lato “cattivo”, come se schemi bipolari dei sessi fossero sufficienti a imprigionare la complessa realtà umana.
Un altro punto caldo, affrontato nel numero monografico della rivista, è quello della legge naturale. E’ proprio necessario fissare la natura in termini statici? Anche in questo caso il cristianesimo può essere capace di inserire i meccanismi di procreazione, il desiderio sessuale in un progetto di amore più grande, sapendo leggere la propria storia lungo i secoli.
Dopo aver percorso l’Africa e l’America latina, lo studio monografico si chiude con una toccante lettera ad un giovane cattolico gay, firmata da un prete cattolico, teologo, inglese.
Una lettera toccante, perché invita a guardare sotto la maschera e a vivere la propria storia, consapevoli che non è facile essere un cattolico dichiaratamente gay.
Difficile come continuare a credere in un progetto, quando chi dovrebbe stare dalla tua parte, in realtà ti disprezza: “Il fatto stesso che, in mezzo a tutte queste voci odiose e nonostante esse, tu possa aver sentito la voce del Pastore che ti chiamava a essere parte del suo gregge è già un miracolo molto più grande di quanto tu non pensassi, e ti prepara a un’opera molto più meticolosa e delicata di quanto queste voci possano immaginare”.
Andrà per le lunghe: non si fa troppe illusioni il teologo inglese, che firma con nome e cognome la sua lunga lettera, così come gli aveva fatto notare, da giovane, un suo formatore, pure storico. La sfida resta comunque quella di continuare a costruire la chiesa cattolica, anche se la percezione è quella di vivere in un territorio nemico.

sabato 8 marzo 2008

Riscoprire il gusto di amare la chiesa. In un cammino di riconciliazione.

Ci accostiamo a don Michele Do da neofiti, sono tantissime le persone che lo hanno conosciuto a Saint Jacques, in Valle d’Aosta, e che hanno fatto con lui un pezzo di strada della loro vita.
Le edizioni Qiqajon, del monastero di Bose, hanno pubblicato alcuni suoi brevi scritti in un volumetto intitolato “Amare la chiesa”. A volerne la pubblicazione è stato lo stesso Enzo Bianchi, priore, e ormai conosciuto opinionista, legato a don Michele da un’amicizia di lunga data. E’ lui a firmarne la prefazione.
Questi brevi scritti ripercorrono un cammino di riconciliazione con la chiesa, vissuto con un senso di ricerca continua.
Ci ritroviamo così, verso la conclusione dei suoi brevi scritti, a incrociare una realtà di sacerdozio in cui ci rispecchiamo più volentieri.
Scrive don Do: “L’essenziale del sacerdozio non è nel potere di amministrare e distribuire sa-cramenti, ma nel diventare sacramento. L’essenziale è nel rendere presente Dio e le realtà sante e assolute del Regno, non attraverso un automatismo magico, ma attraverso la luminosità dell’essere trasfigurato.
Se così è, dovrebbe essere capovolta la prospettiva consueta del sacerdozio: non è il sacerdozio universale dei battezzati che è all’interno del sacerdozio ministeriale, ma è il sacerdozio ministeriale che è all’interno del sacerdozio universale, da cui trae la sua linfa e le sue motivazioni profonde.
Non è il sacerdozio ministeriale la radice del sacerdozio dei fedeli, ma è il sacerdozio dei fedeli la radice del sacerdozio ministeriale. Non sono i fedeli i sacrestani dei presbiteri,sono i presbiteri che sono i sacrestani, cioè i ministri dei fedeli. [...]
C’è un’illimitata varietà di servizi che è affidata alla libera creatività dell’amore, nella fedeltà all’unico Spirito. ‘A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito, in vista dell’utilità comune’ (cfr 1Cor 12,7)”.
Al centro della sua riflessione, tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento. Parole che ci fanno andare sempre oltre, verso orizzonti sempre aperti, nella libertà dello Spirito che è in perenne divenire. E così l’uomo, così la chiesa e il posto che questa ha nel cuore dell’uomo come realtà.
Ma quale chiesa è nel cuore dell’uomo? Don Do prova a descriverla anche così all’inizio di uno di questi suoi scritti pubblicati da Qiqajon: “La chiesa non è la scuola normale di Pisa; cosa sarebbe una chiesa di superuomini? ‘Chi avrebbe il coraggio di entrarvi?’ chiede Bernanos. Vi resteremmo davanti come un contadino, che si rigira il cappello tra le mani, davanti a una casa ricca. La chiesa deve avere questa povertà umana: ‘Una povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie’ (fra’ Silvestro con Guido Gozzano). Cristo costruisce la chiesa nelle cose e sulle cose. La chiesa allora è l’impegno a far crescere le cose nella libertà e nella dignità, a dar grazia, cioè bellezza, alle cose. Ritrovare il senso di tutte le cose, non del proibito”.
Il percorso che don Michele Do ci fa intuire in questi suoi brevi scritti è un percorso di ricerca one-sto, che percorre in prima persona, cercando di chiarire prima di tutto a se stesso gli interrogativi essenziali che si porta dentro su che cosa sia la chiesa per lui. Un cammino che si ripropone, appunto, attorno a queste tre parole chiave: comunione, mistero e sacramento.